Il Tirreno

Livorno

BARRIERE ARCHITETTONICHE

Vi racconto l'odissea di noi paraplegici

G.Car.
Fabrizio Torsi
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Fabrizio Torsi

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 LIVORNO. «Una città davvero difficile la multietnica Livorno. Specie se sei un livornese disabile e ti sposti su una sedia a rotelle». Comincia così la lettera inviata da Fabrizio Torsi al Tirreno. «Mi è andata bene»: questo pensa un paraplegico quando giunge a una qualsiasi destinazione. Perché di fronte alle barriere architettoniche, spesso l'unica soluzione per chi usa una carrozzina è quella di muoversi pericolosamente in mezzo alla strada.  L'alternativa è compiere improbabili tragitti sui marciapiedi, in mezzo a macchine parcheggiate sugli scivoli, strisce pedonali inaccessibili, scalini insormontabili, sbarre di ferro, bisogni dei cani e sporcizia varia.  Certo è un modo di allenare la mente, come nei giochi di abilità nei quali si deve trovare il percorso esatto per giungere a una meta. Ma qui in palio non c'è la soddisfazione per aver vinto un rompicapo: semmai, la dignità di una persona.  Fabrizio, presidente dell'Associazione paraplegici Livorno, denuncia le difficoltà che incontra chi è costretto in carrozzina. «Ho una sedia a rotelle con giroscopi - racconta con rabbia e amarezza - con quella riesco a andare in montagna, persino sulla neve, ma non posso usarla in città. I marciapiedi non rispettano le misure previste dalla legge regionale in materia di abbattimento delle barriere architettoniche, senza contare che spesso sono occupati da macchine e motorini».  Gli ostacoli urbani si combinano con quelli sociali: le barriere non sono costituite solo da cemento e ferro, ma anche dall'indifferenza, o peggio ancora dal disprezzo, di chi ti sta intorno.  «C'è stato un cambiamento culturale: 20 anni fa la gente ti ammirava per il tuo impegno, per il tuo sforzo a vivere una vita dignitosa. Adesso ti manda a quel paese se reclami il posto auto per disabili, se attraversi la strada. O si limita a ridere. Il dolore sta diventando comico. Si parla tanto di integrazione sociale, a me sembra che si vada nella direzione opposta».  Troppo spesso quando pensiamo a un paraplegico ci viene in mente una persona non autosufficiente. Ma questi soggetti in molti casi non hanno bisogno di una badante (e neanche la vogliono). Sono uomini e donne che lavorano e si mantengono da soli o ragazzi che amano divertirsi come chiunque altro. Sono persone che vogliono vivere la propria vita in modo indipendente, e senza questi insulsi impedimenti sarebbero in grado di farlo. Senza contare che questi disagi riguardano anche persone anziane, o mamme con i passeggini, o chiunque si trovi momentaneamente in sedia a rotelle.  Torsi chiude con una proposta, già fatta in passato e sempre caduta nel vuoto: «Invito il sindaco, il capo della polizia, il prefetto, gli assessori, a presentarsi una mattina e a fare un giro di Livorno su una sedia a rotelle. Si renderebbero conto di cosa vuol dire perdere la propria dignità di uomo e non poter vivere una vita normale».

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di Redazione web