Gioco
Io, cervello in fuga verso gli Usa
Maria Antonietta Schiavina
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L’ingegner Pietro Valdastri, 34 anni«Ho sempre messo in conto l'idea di andare all'estero, parto con la famiglia»
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LIVORNO. Le operazioni di chirurgia robotica saranno più semplici e sarà possibile l'ingresso nel corpo del paziente praticando un'incisione di un solo centimetro. E' questa la nuova affermazione internazionale per il team dell'Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant'Anna, diretto da Paolo Dario, premiata nel mese di giugno, a Londra, in occasione del quarto simposio di robotica medica, organizzato dall'Imperial College. Il lavoro porta la firma di firma di Tommaso Ranzani, Christian Di Natali, Massimiliano Simi, Arianna Menciassi, Paolo Dario, e del livornese Pietro Valdastri, che ha curato per il team anche la presentazione del progetto. Classe 1977, sposato, una figlia di due anni e mezzo, un curriculum nella ricerca scientifica legata alla medicina, da fare invidia al più navigato ricercatore, Valdastri è uno dei tanti giovani toscani che portano la nostra regione al top nel mondo. Ma è anche uno dei tanti cervelli in fuga, perché dopo aver vinto la cattedra di insegnamento presso la Vanderbilt University di Nashville nel Tennessee, l'8 agosto volerà negli Stati Uniti, pronto ad affrontare una nuova entusiasmante avventura che durerà almeno sei anni. «L'idea di fare un'esperienza all'estero è sempre stata nei miei progetti - spiega Valdastri - e l'ho lasciata in stand by per un po' solo perché, dopo la laurea, grazie all'incontro con il professor Paolo Dario, che mi ha fatto conoscere un mondo affascinante, ho trovato a Pisa il corso adatto a me, perciò mi sono fermato, per portare avanti una ricerca prestigiosa, che poi mi ha aperto altre strade interessanti». Con il team del Sant'Anna ha portato avanti progetti rivoluzionari, che le hanno procurato altrettanti riconoscimenti. Ma lavorare in gruppo per lei è stimolante o, potendo scegliere, preferirebbe farlo da solo? «La solitudine non è il mio elemento preferito. Forse perché, dai sei ai sedici anni, ho giocato a pallacanestro, acquisendo un grande spirito di gruppo, che ho poi trasportato nel campo della ricerca: i lupi solitari esistono e magari sono dei cervelloni, ma se non riescono a raggiungere una massa critica di lavoro e non sanno comunicare, come si possono confrontare per migliorarsi?». Nato e cresciuto a Livorno, non ha mai lasciato la città per lungo tempo, pur viaggiando per studio e per lavoro. Ora invece dovrà andarsene per un lungo periodo. La cosa non la preoccupa? «Un po' mi dispiace: nei tempi dell'università ho fatto avanti e indietro in treno, e anche adesso che lavoro a Pontedera, cerco di tornare ogni sera a Livorno, ma il soggiorno negli Stati Uniti rappresenta un traguardo ambito e poi ci vado con mia moglie e la bambina. Gli unici a risentirne saranno i nonni, che vedranno meno la nipote». Si dice che lei sia un inguaribile stakanovista. Eredità che ha preso dal padre emiliano? «Penso di sì, anche se in famiglia siamo sempre stati tutti super impegnati». Dai livornesi invece cosa pensa di aver ereditato? «La creatività, che nel campo della ricerca è una grande dote, così come lo è la fantasia: molti dei miei articoli scientifici li ho scritti con i collaboratori al mare portandomi il pc, dimostrazione questa che uno scienziato non deve necessariamente rinchiudersi fra quattro mura per creare». Nella sua strada di "genio della robotica", ha perso via via gli amici d'infanzia o qualcuno è rimasto? «Qualcuno sì, ma non avendo gli stessi interessi facciamo fatica a trovare il tempo per incontrarci. Ho più amici fra i colleghi di lavoro: adesso, per esempio, con quelli del Polo universitario del Sant'Anna. La mia migliore amica, in ogni caso, è mia moglie Virginia, anche lei laureata in ingegneria elettronica biomedica e quindi con un percorso molto simile al mio». Con Virginia galeotta fu Pisa? «No, Livorno. Anche se l'incontro fra noi due è avvenuto nel momento in cui lei stava iniziando a frequentare l'università». In una coppia che ha gli stessi interessi c'è più complicità o competizione? «Virginia e io cerchiamo sempre di non lavorare insieme, per non creare competizione. La complicità invece c'è e ci aiuta, perché facendo lo stesso percorso ognuno capisce le esigenze dell'altro e non le ostacola» Chi si occupa della vostra bambina? «Finora abbiamo avuto l'appoggio dei nonni, perché da quando è nata siamo andati ad abitare in casa dei miei genitori. Il problema arriverà da agosto in poi, quando ci trasferiremo negli Stati Uniti. Ma troveremo una soluzione». Cosa farà a Nashville sua moglie? «Lavorerà in prova per un anno all'università dove io insegnerò, con un ruolo di post dottorato. Poi si vedrà: per gli americani il merito è basilare, mentre in Italia conta fino a un certo punto». La Vanderbilt University è un'università prestigiosa. «Che però non è ancora entrata nelle top ten americane. Per questo sta investendo nel reclutamento di ricercatori e professori, tant'è che insieme a me ha reclutato anche un professore della Colombia University di New York». L'esperienza negli Stati Uniti durerà solo sei anni o pensa di andare oltre? «In quell'arco di tempo dovrei richiedere di essere esaminato per diventare professore associato: è il mio obiettivo, oltre il quale deciderò se rimanere o tornare, perché l'importante è ottenere il titolo». E sua moglie? Ha condiviso da subito l'idea di andare via da Livorno? «Pienamente. E' stata proprio lei a spingermi ad accettare la carica. Nella carriera universitaria un periodo all'estero allarga gli orizzonti, lo stesso professor Dario lo ha fatto e vedere cosa accade in altri spazi è quasi indispensabile per crescere. Poi si può benissimo tornare, ma in quel caso lo si fa con un bagaglio in più». Oggi che ha raggiunto un traguardo invidiabile, ricorda il suo primo successo? Quello per cui ha pensato: "Ce l'ho fatta!". «Lo ricordo benissimo! Fu un articolo pubblicato subito dopo la laurea su un sistema impiantabile per il monitoraggio esofageo. Una ricerca che alcuni colleghi mi avevano stroncato, dicendomi che non la ritenevano interessante: sono andato avanti lo stesso e ho avuto ragione». Il genio scientifico l'ha ereditato da suo padre, ingegnere anche lui, pur se poi ha preso strade diverse? «Direi più dal nonno paterno, Danilo, uno dei primi a possedere un computer, ai tempi in cui c'era il Commodore, che era anche radioamatore e comunicava con persone di tutto il mondo». Parliamo della scuola. E' stato un allievo competitivo? «Molto e lo sono ancora. Questo forse è il mio difetto più grande, ma negli Stati Uniti viene considerato un pregio». Da grande voleva fare... «La tecnologia mi ha sempre stimolato, soprattutto se applicata nella medicina». Lavoro tanto e anche soddisfazioni. Ma i momenti di svago, a parte le ricerche fatte al mare con il pc? «Vado in palestra un'ora al giorno, nell'intervallo di colazione, iscrivendomi ai corsi, per stare con gli altri e non avere modo di pensare al lavoro: solo così riesco a rilassarmi e staccare completamente la spina».
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