Gioco
Com'era livornese la mia via Grande
Aldo Santini
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Via Grande e piazza Grande in un dipinto di NataliIl bar fragrante di ponci, i dischi di Caruso, l'emporio delle automobiline a pedali
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LIVORNO. Mancavo da molto in via Grande. Ci sono tornato il 10 giugno per andare in Comune a ricevere la Livornina d'Oro dal sindaco Cosimi. Una cerimonia magnifica. Ma Via Grande! Un obbrobrio. Intasata dal traffico, auto in seconda fila nell'attesa di trovare un buco per posteggiare. Motorette che schizzavano rabbiose infilandosi tra i passanti sulle strisce pedonali. Poi, superata la Via Grande del porto, superata a fatica piazza Grande, la Via Grande che sbocca sul Voltone ci è apparsa in un tremendo degrado. Sporca, piena di una folla rumorosa, frettolosa, ridotta a un suk medio-orientale. Una settimana dopo leggo sul «Tirreno», con orgoglio municipale, che in Via Grande è arrivato l'ultimo marchio extra europeo. «Ora siamo a quasi cinquanta» titolava. E allora sono riandato a com'era Via Grande prima dei bombardamenti che l'hanno distrutta, alla Via Grande della mia giovinezza. Asfittica, bruttina, con i vecchi casamenti alti alti, senza portici, lastricata, il tram in mezzo e ogni bottega con la tenda calata per ripararsi dal sole. Ma tutta «livornese». Niente insegne di fama internazionale. I marciapiedi stretti.
COME DAPPERTUTTO Oggi il processo di globalizzazione trasforma le vie centrali del mondo civile in una sfilza di vetrine tutte simili, con gli stessi prodotti, gli stessi abiti, gli stessi alimenti, gli stessi giochi, gli stessi costumi da bagno, gli stessi colori (ma non gli stessi aromi, per fortuna), della Canbière di Marsiglia, della monumentale Gran Via di Madrid, e, scommetto, del cuore dell'Andalusia odorosa di manzanilla e di gamberi fritti, la Sierpes di Siviglia. Come la Regent street di Londa, come la via principale di Tahiti, o di Miami, o di Siracusa. E quindi viva la livornesità della mia Via Grande d'anteguerra. Al lato nord il negozio di Napoli, pianoforti e dischi, la super merceria di Moroni, elastici, bottoni, spilli, calze e calzini. E il cappellaio Dani. E il tabaccaio Alemà. E il Caffè della Posta. E il teatro Lazzeri. E la libreria Belforte. Quanti ricordi! Le gambe delle ballerine del Lazzeri e i tavolini di ghisa del suo bar fragrante di ponci. Le mani tremolanti di Luigi Belforte che ci offriva i «Tre moschettieri» di Dumas edizioni Salani. E nel dopoguerra suo figlio Paolo, il libraio gentiluomo adorato dalla buona borghesia che grazie alla dinamica direttrice Giuliana conobbe l'epoca d'oro dell'azienda. E i casini dell'attigua Via Santa Barbara e annessi. La Vetrata che sapeva di cucina. Il salotto al primo piano di Palmerina. Gli spunzoni della moglie del Lecca di Via Ricasoli, lato Bruno Miniati. «O flanelloni, chi aspettate, la venere di Milo!». «E lei signorina, che si lamenta del mancato arrivo di molte ragazze, e dice che lavora troppo, si ricordi del suo lato B. Si decida a usarlo!». Il merciaio Moroni trasandato e simpatico. La signora Napoli, cerimoniosa e autorevole nel consigliarmi i primi dischi. La mia mania per la musica. Il mio compagno di scuola Nino Casella che dalla palazzina di Corso Umberto mi sbolognava sottobanco i pesanti dischi del padre medico, Caruso, Tamagno, Fleta, Ruffo. Ammiravo la sorella più grande, Anna, bellissima. Lui corteggiava la figlia del tabaccaio di fronte, vittima del terribile bombardamento sulla stazione di Pisa. A mezzogiorno. Si salvò per miracolo Athos Tanzini, sciabolatore alle Olimpiadi di Berlino, che si trovava in un albergo vicino alla stazione con una dipendente.
IL MITO DI TANZINI Athos Tanzini ci riporta in Via Grande, lato porto. Le vetrine lussuose di Armando Tanzini in piazza Grande sotto i portici del Pieroni, angolo via Grande. Stoffe inglesi. Panni per Marina. Articoli per militari. Quand'era a Livorno, Pietro Mascagni onorava l'amico Armando di una lunga visita, e allora il grammofono voce del Padrone inondava la piazza con le musiche di «Cavalleria». E quando ripartiva, Mascagni lo faceva su una carrozza con un cavallo bianco. Il cavallo bianco era di rigore. Il commesso del sor Armando correva dal porto alla stazione per trovarlo. Dopo Tanzini, in Via Grande, c'era subito la pasticceria Hemmy. Scalette. Primo piano. Lassù festeggiarono il mio battesimo. I miei e gli amici a schiccherare e io a piangere in uno stanzino, per non disturbare. «Così impari!». E ancora, sulla sinistra, Kotzian, sete, lenzuoli, coperte, tappeti, due piani, grande negozio, grandi iniziative. Quante visite con mia madre! Quindi, sempre sulla sinistra, il paradiso dei ragazzi, Colucci, l'emporio dei giochi, lì trovavi tutti, trenini, automobiline, ma anche automobili a pedali, quelle erano il mio sogno, io mi contentavo di noleggiarle sul viale a mare, davanti ai bagni Trotta e pensavo di essere un campione, andavo davvero forte, ma poi trovavo sempre qualcuno che mi batteva, mannaggia. Sulla destra c'era Torricelli, tutta Livorno a bere la sua cioccolata calda, la domenica. E l'osteria di Vasco, panini al prociutto e bicchieri di vino. E l'albergo Giappone. E al primo piano la redazione della Nazione, quando il corrispondente Federico Cardinali, che Dio l'abbia in gloria, fu richiamato alle armi, io, che disegnavo sul giornale umoristico di Firenze diretto da Giuseppe Cartoni, capo delle province della Nazione, fui chiamato a sostituirlo, e guadagnavo più di mio padre impiegato Comit. Poi, anch'io, studente in chimica a Pisa, andai soldato e la pacchia finì.
IL QUADRO DI NATALI Di Via Grande livornese e multinazionale, c'è un quadro bellissimo del Natali, I livornesi, nel dopoguerra, l'hanno ammirato nel ristorante di Gennarino, molto grande, 120x96, che aveva un difetto, da Via Grande sud usciva un corteo fascista. Gennarino chiamò Natali che venne a passettini e appena lo vide disse, testualmente: «Toh, chi si rivede. Era del signor Costanzo Ciano, lui collezionava i miei dipinti, diceva che esaltavano Livorno. Ti capisco, Gennarino, ma icchè ci vole, in un battibaleno te lo sistemo io. Vengo domani con i colori». L'indomani il Natali venne, con gli occhi a palla che ridevano, e quattro pennellate trasformarono il corteo fascista in una processione della Misericordia. Non volle nemmeno un bicchiere d'acqua e se ne andò a passettini dicendo: «Tutto cambia, non solo via Grande. Bisogna adeguarsi!».
COME DAPPERTUTTO Oggi il processo di globalizzazione trasforma le vie centrali del mondo civile in una sfilza di vetrine tutte simili, con gli stessi prodotti, gli stessi abiti, gli stessi alimenti, gli stessi giochi, gli stessi costumi da bagno, gli stessi colori (ma non gli stessi aromi, per fortuna), della Canbière di Marsiglia, della monumentale Gran Via di Madrid, e, scommetto, del cuore dell'Andalusia odorosa di manzanilla e di gamberi fritti, la Sierpes di Siviglia. Come la Regent street di Londa, come la via principale di Tahiti, o di Miami, o di Siracusa. E quindi viva la livornesità della mia Via Grande d'anteguerra. Al lato nord il negozio di Napoli, pianoforti e dischi, la super merceria di Moroni, elastici, bottoni, spilli, calze e calzini. E il cappellaio Dani. E il tabaccaio Alemà. E il Caffè della Posta. E il teatro Lazzeri. E la libreria Belforte. Quanti ricordi! Le gambe delle ballerine del Lazzeri e i tavolini di ghisa del suo bar fragrante di ponci. Le mani tremolanti di Luigi Belforte che ci offriva i «Tre moschettieri» di Dumas edizioni Salani. E nel dopoguerra suo figlio Paolo, il libraio gentiluomo adorato dalla buona borghesia che grazie alla dinamica direttrice Giuliana conobbe l'epoca d'oro dell'azienda. E i casini dell'attigua Via Santa Barbara e annessi. La Vetrata che sapeva di cucina. Il salotto al primo piano di Palmerina. Gli spunzoni della moglie del Lecca di Via Ricasoli, lato Bruno Miniati. «O flanelloni, chi aspettate, la venere di Milo!». «E lei signorina, che si lamenta del mancato arrivo di molte ragazze, e dice che lavora troppo, si ricordi del suo lato B. Si decida a usarlo!». Il merciaio Moroni trasandato e simpatico. La signora Napoli, cerimoniosa e autorevole nel consigliarmi i primi dischi. La mia mania per la musica. Il mio compagno di scuola Nino Casella che dalla palazzina di Corso Umberto mi sbolognava sottobanco i pesanti dischi del padre medico, Caruso, Tamagno, Fleta, Ruffo. Ammiravo la sorella più grande, Anna, bellissima. Lui corteggiava la figlia del tabaccaio di fronte, vittima del terribile bombardamento sulla stazione di Pisa. A mezzogiorno. Si salvò per miracolo Athos Tanzini, sciabolatore alle Olimpiadi di Berlino, che si trovava in un albergo vicino alla stazione con una dipendente.
IL MITO DI TANZINI Athos Tanzini ci riporta in Via Grande, lato porto. Le vetrine lussuose di Armando Tanzini in piazza Grande sotto i portici del Pieroni, angolo via Grande. Stoffe inglesi. Panni per Marina. Articoli per militari. Quand'era a Livorno, Pietro Mascagni onorava l'amico Armando di una lunga visita, e allora il grammofono voce del Padrone inondava la piazza con le musiche di «Cavalleria». E quando ripartiva, Mascagni lo faceva su una carrozza con un cavallo bianco. Il cavallo bianco era di rigore. Il commesso del sor Armando correva dal porto alla stazione per trovarlo. Dopo Tanzini, in Via Grande, c'era subito la pasticceria Hemmy. Scalette. Primo piano. Lassù festeggiarono il mio battesimo. I miei e gli amici a schiccherare e io a piangere in uno stanzino, per non disturbare. «Così impari!». E ancora, sulla sinistra, Kotzian, sete, lenzuoli, coperte, tappeti, due piani, grande negozio, grandi iniziative. Quante visite con mia madre! Quindi, sempre sulla sinistra, il paradiso dei ragazzi, Colucci, l'emporio dei giochi, lì trovavi tutti, trenini, automobiline, ma anche automobili a pedali, quelle erano il mio sogno, io mi contentavo di noleggiarle sul viale a mare, davanti ai bagni Trotta e pensavo di essere un campione, andavo davvero forte, ma poi trovavo sempre qualcuno che mi batteva, mannaggia. Sulla destra c'era Torricelli, tutta Livorno a bere la sua cioccolata calda, la domenica. E l'osteria di Vasco, panini al prociutto e bicchieri di vino. E l'albergo Giappone. E al primo piano la redazione della Nazione, quando il corrispondente Federico Cardinali, che Dio l'abbia in gloria, fu richiamato alle armi, io, che disegnavo sul giornale umoristico di Firenze diretto da Giuseppe Cartoni, capo delle province della Nazione, fui chiamato a sostituirlo, e guadagnavo più di mio padre impiegato Comit. Poi, anch'io, studente in chimica a Pisa, andai soldato e la pacchia finì.
IL QUADRO DI NATALI Di Via Grande livornese e multinazionale, c'è un quadro bellissimo del Natali, I livornesi, nel dopoguerra, l'hanno ammirato nel ristorante di Gennarino, molto grande, 120x96, che aveva un difetto, da Via Grande sud usciva un corteo fascista. Gennarino chiamò Natali che venne a passettini e appena lo vide disse, testualmente: «Toh, chi si rivede. Era del signor Costanzo Ciano, lui collezionava i miei dipinti, diceva che esaltavano Livorno. Ti capisco, Gennarino, ma icchè ci vole, in un battibaleno te lo sistemo io. Vengo domani con i colori». L'indomani il Natali venne, con gli occhi a palla che ridevano, e quattro pennellate trasformarono il corteo fascista in una processione della Misericordia. Non volle nemmeno un bicchiere d'acqua e se ne andò a passettini dicendo: «Tutto cambia, non solo via Grande. Bisogna adeguarsi!».
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