Il Tirreno

Livorno

Livorno mia, con il cuore di panna

Maria Antonietta Schiavina
Foto amarcord: la Premiata Gelateria Sportiva di nonno Amleto
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Foto amarcord: la Premiata Gelateria Sportiva di nonno Amleto

«Ho lasciato Roma per riscoprire qui il mestiere del mio nonno gelataio»

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 LIVORNO. C'è chi da piccola vuole fare l'attrice, chi la ballerina, chi l'hostess sugli aerei per girare il mondo. Monica Damiani, ideatrice e titolare della gelateria "La Mela Stregata" (www.gelaterialamelastregata.it), non andava ancora a scuola ma aveva già le idee molto chiare: «Farò la gelataia» diceva a tutti, cercando nel frattempo, in modo casalingo, di emulare il nonno paterno Amleto Damiani, mai conosciuto ma sempre mitizzato.  Era protagonista della Livorno anni Quaranta/Cinquanta: meglio noto come "Gerbi il gelataio", perché proprietario in via Goldoni della "Gelateria sportiva", luogo d'incontro dei giocatori di basket e calcio, ma anche dei golosi di Livorno e dintorni, attratti dalle specialità che Amleto (nominato "Cavaliere della Corona d'Italia" per meriti industriali con il privilegio di essere ricevuto dal re ogni anno) e sua moglie Virginia preparavano con le prime macchine elettriche di allora, capaci di produrre una tonnellata di gelato al giorno.  Ma Monica che per il lavoro del padre, il regista Amasi, viveva a Roma, sognava anche di trasferirsi per sempre a Livorno, luogo della sue vacanze estive, dei giochi, degli amici...  Così sei anni fa, con tanto di famiglia al seguito - marito, figli, genitori, fratello, cognata e nipote - ha traslocato nella nostra città, riuscendo a realizzare proprio qui il suo sogno di bimba: una sfiziosa gelateria nella centrale via Magenta, proprio a pochi metri dal punto dove un tempo sorgeva quella del nonno.  «Il gelato - spiega orgogliosa Monica da dietro il banco fra un cono e l'altro - è sempre stato il protagonista principale della mia fantasia, anche se per anni le nostre strade hanno preso un percorso diverso».  Il suo qual è stato?  «Dopo aver preso il diploma magistrale, mi sono occupata dei portatori di handicap, lavorando come volontaria per l'Anfass».  Una scelta difficile.  «Nata dall'amicizia con un ragazzo distrofico, Marco, persona splendida che ho frequentato dai 12 a 25 anni, perché i miei avevano una casa al mare accanto a quella della sua famiglia. E' stato lui a mettermi di fronte alle vere problematiche e a orientarmi verso chi aveva più bisogno di attenzione».  Oggi rifarebbe quell'esperienza?  «Sì, perché è stata molto formativa: nonostante il suo handicap Marco, che purtroppo se n'è andato ancora giovane, faceva cose incredibili con la massima naturalezza. Ed era sempre allegro, era speciale. Per me ha rappresentato una scuola di vita, così come tutte le persone che ho seguito attraverso l'Anfass».  Quando ha smesso di occuparsi di disabilità?  «Dopo la nascita del mio primo figlio».  Non ha più lavorato o ha cambiato genere?  «I primi anni ho fatto solo la mamma. Poi quando Andrea è cresciuto ho aperto con mio fratello una videoteca: vivendo attraverso mio padre nell'ambiente del cinema, avevo una certa dimestichezza in quel senso».  Dimestichezza che non le ha mai fatto venire voglia di stare sul set, magari come attrice?  «A me il cinema piace guardarlo, non farlo. Sono molto timida e fino a poco tempo fa evitavo anche di rispondere al telefono».  Il contatto forzato con il pubblico l'ha aiutata a superare la timidezza?  «Non del tutto, anche se cerco in ogni modo di combatterla».  Di solito da una città di provincia si desidera andare in una grande realtà. Lei invece, a un certo punto della sua vita, è partita da Roma per trasferirsi a Livorno. Un po' insolita come scelta.  «Insolita per gli altri ma non per me, che ho sempre detestato il caos. Così, dopo aver messo al mondo il mio secondo figlio, ho sentito il desiderio di farlo vivere in un'altra dimensione. In quel periodo anche a mio fratello era nato un bambino, anzi una bambina, e ci siamo detti: "Andiamocene insieme", coinvolgendo i nostri rispettivi coniugi, ma anche mamma e babbo che, pur se a malincuore - specialmente mio padre avrebbe preferito restare ancora un po' a Roma - ci hanno seguiti».  Non le manca la Capitale?  «Per niente. Ogni tanto ci faccio una puntatina per andare a trovare mia suocera, le mie cognate, qualche amica, ma casa mia ormai è Livorno».  Suo marito approva la scelta?  «Sì. Lui è napoletano anche se a Napoli non ci è mai vissuto ed è tornato alle sue origini marine».  L'idea di aprire una gelateria quando è arrivata?  «Prima ancora di partire da Roma, ma poi i tempi si sono dilatati per motivi "tecnici": non trovavamo il locale giusto, che volevo vicino a via Goldoni. Poi ho frequentato dei corsi per capire il funzionamento delle macchine, ho girato in qua e in là per trovare prodotti buoni, provarli, decidere quali scegliere. Fra una cosa e l'altra sono trascorsi 5 lunghi anni».  Suo fratello la sta seguendo in questa avventura intorno al gelato?  «No, abbiamo scelto strade diverse, anche se fra di noi c'è un grande affetto: i nostri figli, coetanei, sono legatissimi».  E suo marito?  «Collabora con me. La decisione di aprire il negozio l'abbiamo presa insieme, però lui vende soltanto i gelati mentre io li preparo anche. Sono la responsabile, nel bene e nel male».  L'assaggiatore ufficiale invece chi è?  «Sempre io: prima di essere sperimentato sugli altri, infatti, un gusto deve piacere a me. E di solito, quando ne sono convinta, incontro anche il giudizio positivo del pubblico».  Quali sono i gusti più richiesti?  «La cioccolata extra fondente, la crema, la frutta, il biscottino, il gelato al pop corn, che piace a tutti. E la cassata che ho sperimentato da poco».  La città ha accettato bene la sua intrusione?  «Forse perché la gente conosceva la nostra famiglia o forse per la storia di nonno, ma ho trovato intorno a me solo persone affettuose, che hanno appoggiato la mia idea fin dall'inizio».  Se dovesse inventare un gelato da dedicare a Livorno quale gusto sceglierebbe?  «Credo che la mia crema andrebbe benissimo: ha un gusto delicato che abbinerei al cioccolato extra fondente, per un giusto connubio dei vari caratteri».  A proposito di carattere. Cosa ha ereditato dalle sue radici livornesi?  «Forse il modo di prendere la vita con filosofia: "Ogni giorno per me è un giorno nuovo e domani si vedrà!". Non penso mai a cosa potrebbe accadere, mi sembra assurdo preoccuparsi prima. Ciò che succede, bello o di brutto che sia, non lo può impedire nessuno».  

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di Redazione web