Sicurezza
La traversata del dolore
Luca Rojch
In viaggio con i parenti delle vittime del Moby Prince
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ARZACHENA. Una distesa di lenzuoli bianchi. 140 corpi messi in ordine dentro un capannone nel porto di Livorno. La parata dell'orrore scorre davanti agli occhi di Loris Rispoli. Lui dentro l'hangar del dolore 20 anni fa c'è dovuto entrare per riconoscere sua sorella Liana, morta a 29 anni nel disastro della Moby Prince. Una delle 140 esistenze cancellate nella notte delle nebbie. Quella del 10 aprile 1991, quando la prua della Moby, in uscita dal porto di Livorno, entrò nella fiancata della petroliera Agip Abruzzo. Sfondò la cisterna numero 7 e venne inondata da 100 tonnellate di greggio. Il petrolio prese fuoco. Nel rogo morirono tutti. 140 tra passeggeri ed equipaggio. Una strage senza un colpevole. A 20 anni di distanza Loris Rispoli e Giacomo Sini, due familiari delle vittime, ripercorrono la rotta che i loro cari non fecero mai. Una missione, ma anche un modo per tenere alta l'attenzione sulla più grande sciagura della marineria civile in Italia. Si sono imbarcati da Livorno sabato notte. Con un gesto simbolico, il traghetto della Sardinia Ferries si è fermato sul luogo della sciagura e i due hanno gettato delle rose. Di prima mattina sono arrivati a Golfo Aranci. Ad attenderli alcuni familiari delle vittime. «Per noi un modo per tenere alta l'attenzione sui nostri cari - racconta Giacomo Sini -. Per mantenere viva la speranza di avere giustizia». Giacomo vive a Livorno. Ha 22 anni, studia all'università di Pisa. Lui quella notte non la ricorda. Non ricorda come ha perso suo padre Antonio, salito di corsa sulla Moby Prince per andare a trovare in Sardegna il genitore in fin di vita. Non ricorda l'abbraccio di un padre che non ha più rivisto. «Ma quella notte ritorna sempre nei miei pensieri - racconta -. Anche questo viaggio è un modo per rendere omaggio al sacrificio di mio padre». Loris lavora alle Poste a Livorno. «Ricordo come fosse oggi quello che è accaduto - spiega -. Sono stato uno dei primi a sapere della sciagura. Lavoro alle poste e ogni notte alle 3 prendo tra le mani il giornale fresco di stampa che parte col treno per le edicole. Ho letto il Tirreno. "Moby Prince, nessun superstite". Mi si è gelato il sangue. Mia sorella Liana lavorava nella nave. Sono andato a casa. Ho preso mia moglie e sono andato da mio padre a spiegargli che la figlia era morta. Il momento più duro è stato un paio di giorni dopo. Ci hanno ammassato nel terminal del porto in attesa di notizie. Alla fine mi hanno chiesto di riconoscere i resti di mia sorella. Mi hanno portato in un capannone. All'interno c'erano 140 lenzuoli bianchi. Ogni notte mi ritorna in mente». Ma il loro viaggio serve anche per ricordare che ancora non c'è un colpevole per il disastro. «Nessuno si rende conto - continua Rispoli -, che questo è stato anche un incidente sul lavoro, come quello della Thyessen. Tra le vittime c'erano anche tanti lavoratori. Ma l'armatore non venne mai indagato. Anche il processo farsa ha visto come imputato un marinaio di leva e un ufficiale di coperta. È ancora più grave che non sono mai state stabilite le cause. Solo ipotesi. Noi lottiamo, perché esiste una verità. Chiediamo che si continui a cercarla. In quella notte in rada c'erano decine di navi militari americane. Non lontano dal porto c'è la base americana di Camp Darby e i satelliti Usa sorvegliano sempre le loro navi. C'era un occhio che osservava quel fazzoletto di mare. Che ha registrato tutto».
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