Il Tirreno

Livorno

Qui non c'è acqua e bisogna comprarla, dunque costa di più

Maxi-conduttura Asa. In basso: Caturegli
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Maxi-conduttura Asa. In basso: Caturegli

Il 45% va trattata, gran parte arriva da Pisa o Lucca Maxi-impianti dimensionati sul boom estivo di presenze

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LIVORNO. L'acqua qui da noi costa cara: perché? Viene giù dal cielo come dappertutto ma non s'infila da sola dentro i tubi dell'acquedotto e, siccome qui da noi quasi non ce n'è, dobbiamo dunque andare a prenderla dov'è e pagandola a chi ce l'ha: è riassumibile così la spiegazione dell'ingegner Michele Caturegli, direttore generale dell'Asa, che prende la parola in risposta all'ennesima classifica di Federconsumatori che vede Livorno nella top ten delle città dove l'acqua costa di più in Italia («è una classifica che ignora le condizioni di reperimento della risorsa acqua in ciascuna realtà, un po' come paragonare le mele con i bulloni»).  Dei 49 milioni di metri cubi che ogni anno l'Asa eroga ai cittadini, - afferma - il 45,6% dev'essere trattato e, di quel che non ha bisogno di trattamenti, più della metà (15 milioni di metri cubi) bisogna andarselo a prendere fuori provincia e portarlo qui con la tubazione di Filettole. Al contrario di quanto accade, ad esempio, Torino «può contare sulla vicinanza delle sorgenti alpine e Genova ha alle spalle «una enorme diga realizzata in anni lontani» mentre nell'area padana («nel sottosuolo è un grande lago, le falde acquifere sono ovunque»).  In soldoni: il costo di un pozzo a Milano «è di 50mila euro e produce 70 litri al secondo», da noi nella zona di Piombino la spesa arriva a «150mila euro per avere mezzo litro al secondo». A ciò si aggiunga che la densità è tale che spesso basta un isolato per fare mille utenti, invece qui da noi in genere riguarda una rete di qualche chilometri quadrato».  Se nell'antichità le città venivano fondate là dove c'era abbondanza di acqua, per Livorno non è stato così: si è badato - afferma Caturegli - a collocarla in un luogo ideale come porto. «Oggi forniamo più di 600 litri al secondo, ma fino a un secolo fa i livornesi ne avevano a malapena 8 litrì al secondo. Il primo vero acquedotto compie oggi cento anni: 18 chilometri di condutture per portare in una città allora di 130mila abitanti 100 litri al secondo: ma per poterli garantire nacque l'acquedotto di Filettole, poi Livorno e Pisa si allearono per andare a chiedere a Lucca 10 milioni di metri cubi all'anno. Quello del Serchio ha la stessa portata del bacino dell'Arno anche se è grande la metà: dipende dalla forte piovosità. Ma è ovvio che i lucchesi l'acqua se la facciano pagare».  Un po' di acqua, in realtà, qui da noi c'è: a Mortaiolo, nella zona di Guasticce e Vicarello. Ma l'apporto di questi 250 litri al secondo - aggiunge il direttore Asa - è «utilizzabile solo a patto di toglierne l'eccesso di ferro e manganese, e stiamo parlando di 4 milioni di metri cubi all'anno».  Ma la tariffa è unica per tutta l'area servita dall'Asa e dunque guai e virtù sono da mettere in comune. Dunque, non c'è solo il problema del ferro e manganese a Mortaiolo, c'è da tener conto di: 1) formazioni geologiche particolari che, ad esempio, creano «un surplus di solfati nelle falde di Santa Luce, di ferro e boro in quelle di Montecatini Val di Cecina, di arsenico in mezzo ai soffioni boraciferi dell'Alta Val di Cecina»; 2) gli effetti che ha l'agricoltura di qualità a sud di Cecina con una forte richiesta di acqua per irrigazione e al tempo stesso «un grande consumo di concimi azotati che portano rapidamente nella falda una quantità di nitrati da togliere; 3) la conformazione della crosta terrestre nelle profondità sotto la Val di Cornia è tale da «creare una singolare geologia ad alta percentuale di boro che fa a pugni con il limite di 1 milligrammo per litro stabilito dall'Unione europea mentre realtà come il Canada l'hanno fissato a cinque o l'Organizzazione mondiale della sanità a 2,4» (e questo però comporta uno sforzo impiantistico di trattamento che «richiede interventi da 20 milioni di euro»).  A tutto questo andrebbero aggiunti, oltre ai problemi di "ingressione salina" dal mare, le problematiche specifiche delle isole. All'isola d'Elba: metà dell'acqua arriva dal continente ma «va trasportata mediante venti impianti di sollevamento e comunque stiamo cercando di rendere l'isola più autonoma costruendo invasi da 50-80mila metri cubi». All'isola di Capraia: il dissalatore «produce acqua che a noi costa circa due euro e mezzo al metro cubo».  Anche la tariffa della depurazione a Livorno è carissima. Ma Caturegli rivendica la strategia che riguarda questi impianti di trattamento. E non solo perché «hanno finora assicurato la possibilità di un mare che è quasi tutto con le "bandiere blu", ma - rincara - anche per quel che si è fatto in materia di riuso delle acque a scopo industriale: «L'abbiamo fatto con la Solvay (4 milioni di metri cubi annui) e con gli stabilimenti siderurgici di Piombino (3 milioni). Adesso stiamo lavorando a qualcosa del genere anche per Portoferraio (un milione di metri cubi per aziende agricole e impianto di golf) e soprattutto a Livorno a uso di porto e fabbriche: già posata una buona rete di tubi, c'è la potenzialità teorica di arrivare fino a 15 milioni di metri cubi e le nano-membrane, cioè i filtri di ultima generazione, garantiscono un'acqua senza batteri paragonabile quasi a quella potabile».  C'è anche un altro aspetto sul quale Caturegli insiste: il dimensionamento degli impianti, dovendo reggere il fortissimo afflusso turistico estivo, è calibrato per reggere alle richieste idriche di 1,1 milioni di persone presenti sulle nostre coste nel bimestre luglio-agosto. Cioè «il triplo dei residenti nel resto dell'anno».  Quanto alle perdite delle tubature, il direttore Asa dice che «sono attorno al 42%, in linea con il resto della Toscana». In realtà, forse un po' di più se le misuriamo come metri cubi "persi" ogni chilometro di tubazione: un po' più di 9.000, anziché i 7.500 dello standard regionale. Solo che ci vorrebbe uno sforzo titanico sul fronte delle manutenzioni: basti dire che il semplice rimpiazzo delle tubatuire dopo una vita media di trent'anni comporterebbe investimenti per 3,2 milioni di euro e, anche solo per ridurre di un sesto le perdite, bisognerebbe arrivare a spendere qualcosa come 400 milioni di euro da suddividere nell'arco di 15 anni. M.Z.

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