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«Vittoria!». Critici famosi vennero portati «in collo» per autenticare la ...
Aldo Santini
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A sinistra e in basso Aldo Santini con il sindaco Alessandro Cosimi A destra Aldo Santini lascia la sua dedica sulalbo del Comune 2 MINUTI DI LETTURA
«Vittoria!». Critici famosi vennero portati «in collo» per autenticare la testa. E subito i giovanotti saltarono fuori con la foto del loro capolavoro. Scoppiò la burla di Livorno gonfiata dall'editore milanese di Lerici, bello e autorevole. A Pisa il famoso mediovalista Enzo Carli mi disse: «A me parve vero che Modì avesse gettato quella brutta testa. E insieme ad Argan e agli altri fui preso per il culo in tutta Italia. Mi spieghi lei se lo meritavo». In realtà la burla colpì Modì scultore, la direttrice incauta, suo fratello organizzatore della mostra, assai modesta. E una verità solare viene fuori dalla storia. Quando un autore rinuncia a una sua opera perché la ritiene indegna, il suo gesto va rispettato. Chi gli si oppone è un autentico raspamota. Un'altra livornesità? Questa è il sale del giornalismo. 1976, padrone del Telegrafo è il petroliere Attilio Monti, editore del «Carlino» e della «Nazione». Il giornale livornese gli serve per difendere i suoi interessi nel porto. Direttore è Carlo Lulli. Appena i suoi interessi sono ridotti a zero, Monti strangola il giornale. Riduce la pubblicità, assume nuovi operai. Il passivo precipita. Il gruppo liquida la società e licenzia il personale, 206 persone. Qui i livornesi rivelano il loro temperamento. Scendono in trincea, assumono l'autogestione, creano una cooperativa, usufruiscono della disoccupazione straordinaria e con quella sbarcano il lunario. Monti finge di aiutarli, concede l'uso dell'impianto e della testata per mille lire al mese. Ma rigetta le offerte per l'acquisto della cooperativa. L'autogestione va bene. Lulli si batte come un leone. E allora Monti getta la maschera, sollecitando l'intervento del preatore. Prima di trattare vuole chiudere il giornale. La sentenza arriva con una sollecitudine che vorremmo abituale. «Sgombero coattivo». Livorno reagisce. Il sindaco Nannipieri requisisce il giornale in base a una legge che gli consente di disporre della proprietà privata «per gravi necessità pubbliche». È la prima volta che una giunta affronta una battaglia per difendere i posti di lavoro di un giornale e anche la libertà d'informazione. Il giornale labronico riprende la testata «Il Tirreno» del dopoguerra e nel 1977 arriva l'editoriale L'Espresso che acquista l'immobile e gli impianti facendo del giornale il capogruppo dei suoi quotidiani regionali. Io dedico la mia Livornina all'amico Carlo Lulli, che la merita più di me, e all'anonimo livornese che leggendo sul fianco del «nobile rompimento», in piazza Grande, sede del comando americano, la scritta «Via il dollaro», ci scrive sotto, a caratteri cubitali: «Ce ne fussero!».
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