Il Tirreno

Livorno

Ironica urlata mai volgare Ecco la livornesità che amo e racconto

Santini scrive un suo commento e sotto col direttore del Tirreno Roberto Bernabò
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Santini scrive un suo commento e sotto col direttore del Tirreno Roberto Bernabò

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 Polemica, certo, sennò che livornesità è, esposta con voce tesa, gridata, addirittura urlata. Ma senza volgarità. Pochi cenni su di me, perché sappiate a chi è stata data la Livornina che apprezzo moltissimo, e considero il premio più importante ricevuto nella mia carriera. Premi letterari ne ho parecchi. Infatti sono più numerosi dei buoni libri.  E di questo ringrazio il mio caro sindaco Alessandro Cosimi, l'amico assessore Mario Tredici, al quale mi lega una vecchia stima reciproca professionale, e la giunta tutta.  Sono nato nella piazza dei santi Pietro e Paolo, il 5 luglio 1922. Un reperto archeologico, lo vedete. Presto i miei si trasferirono in via Carlo Bini, all'altra banda del rione bianco e nero di Borgo, il più marinaro della vecchia Livorno, il rione dei calafati, dei barchettaioli. D'accordo, il rione dei Ciano, ricchi marinai, al punto che i tre figli maschi, Costanzo, Arturo e Alessandro, studiarono nell'Accademia Navale, che costava l'iradiddio. Ma era anche il rione del cantiere Luigi Orlando, il più proletario di Livorno.  Gli Orlando erano siciliani, costruirono la «Lepanto» di Benedetto Brin, la nave più potente del mondo. Padroni duri. D'altronde la condizione degli operai navali era brutale in tutta Europa. Gli Orlando impiegavano anche i ragazzi sotto i dodici anni, e mio padre, a ogni brutto voto che ricevevo, minacciava: «Al prossimo ti mando a scaldare i chiodi in cantiere». La mia livornesità è cresciuta nell'ombra del cantiere, ritmata dalla sua sirena.  Ricordo bene, malgrado fossi ancora un bimbo, la clamorosa livornesità esplosa il 4 ottobre 1927, quando la Regia Nave Trento doveva scendere in mare. Riprendevano gli armamenti del dopoguerra. Mussolini ci mise bocca. Volle che l'incrociatore «Trento» fosse lunghissimo, velocissimo, con poca corazzatura. E i bilanci saltarono. L'Orlando rischiò il fallimento. Fu salvato dalla Terni e dall'Odero spezzino. Divenne l'Odero-Terni-Orlando.  Malgrado il crollo di una caserma, 70 soldati travolti, Livorno è in festa. C'è Costanzo Ciano, cioè il futuro comandante, Giuliano Pini, cognato di Costanzo, c'è il ministro della Marina, Sirianni, col capo gabinetto, un altro Pini. E c'è il re con la regina e le figlie Giovanna e Maria. A Giovanna, la madrina, Luigi Orlando dona un'ancora d'oro di mezzo chilo, cosparsa di pietre preziose.  La «Trento» viene liberata sullo scalo. Brividi d'emozione. La nave scende per 40 metri. Poi si blocca. Delusione. Un comunicato avverte che è un guasto tecnico. Il varo si farà nel pomeriggio. È il 4 ottobre. In realtà ci sarà il 4 novembre. Nei pani di sego scoprono chili di sabbia. La «Trento» affonda il 15 giugno 1942, con 3 siluri in pancia. Dei 1151 uomini imbarcati se nel salvarono 602.  Andando a scuola, dopo le elementari, varco il ponte nuovo. Istituto Tecnico e Liceo Scientifico. Il preside del Tecnico, Alberto Razzauti detto Spinacione, lo scienziato dell'acquario, è stato il grande assoluto della livornesità. Sostituiva ogni insegnante ammalato. Fu lui a raccontarci le tragiche giornate del 1849, quando Firenze e la Toscana si ripresero il granduca Canapone dopo la sua fuga di qualche mese prima. Solo Livorno rifiutò il suo ritorno e 16mila austriaci guidati da un generale macellaio assalirono la nostra città, occuparono strada per strada, uccisero, fucilarono. Dal Calambrone quella buona lana di Bettino Ricasoli, nemico giurato di Guerrazzi, seguiva la pugna col binocolo e scriveva «del popolaccio livornese conosciuto per antica corruzione e guastato dai ciurmatori politici».  Migliaia di livornesi trucidati. Dal suo terrazzo assisteva alla strage in piazza Grande Giovanni Fattori. I suoi genitori gli raccomandano di non scendere tra i rivoltosi. «Sei troppo giovane!». Nel 1849 l'imbelle Fattori ha 24 anni! E rimane l'unico macchiaiolo che non ha imbracciato un fucile.  Da Canapone ai Medici. Il preside Razzauti ci arriva subito. E descrive i Medici nella loro realtà di mercanti geniali senza sangue blu. Cosimo I, che da inizio alla loro nobiltà di granduchi, viene dopo Cosimo il Vecchio e Lorenzo il Magnifico dal grande naso. E già avevano aperto le filiali del banco, Bruges, Gand, Avignone, Londra, che prestavano denaro a tassi vertiginosi. La loro industria dell'usura era in pieno sviluppo nel '400 e oggi si parla di loro ammirati perché investirono gli enormi profitti, aiutati dai due papi medicei, in opere d'arte sublimi, dando a Firenze la bellezza di una capitale.  Cosimo I apre la storia di Livorno, scalo import-export di Firenze. I suoi eredi nel fanno il porto più ricco del Mediterraneo, invitano le nazioni straniere, i fuorusciti di tutto il mondo. Livorno diviene la base della flotta cristiana, ha un bagno per tremila schiavi musulmani, è l'Algeri cattolica, vanta l'unico monumento alla schiavitù del Mare Nostrum, ma i suoi lavoratori portuali rimangono nella povertà e toccano il benessere solo nel '900, quando con Italo Piccini puntano per primi sui container riguadagnando il primato nel Mediterraneo.  Ho conosciuto bene i portuali affogati nella miseria. I loro campioni erano gli Scarronzoni, i vogatori con i bracci che parevano randelli e passavano la dogana alzando con due dita per parte le damigiane del Chianti. «Sono vuote» tuonavano senza fermarsi. Ed erano ancora piene a metà di vino.  Andando al Tecnico, se era bel tempo, mi alzavo presto, scendevo nella sede del Canottieri, il custode Filea, fratello della Ciucia, mi affidava il canoé, leggero come una piuma di un fiorentino e io mi facevo una bella vogata e mi lavavo sotto la doccia calda che mancava nelle case del popolo e della piccola borghesia. Nel pomeriggio, se gli Scarronzoni si allenavano, mi facevo trovare, con altri lungagnoni, sulla panchina del circolo sperando che mancasse uno dell'equipaggio. Allora il timoniere Milani ci misurava con uno sguardo e a uno di noi diceva, «Vieni pallette, e voga bene». Un paio di volte quel «pallette» toccò a me e conobbi la felicità assoluta. Ricordo Milani chiedere le dieci palate del rush finale, «hau hau uno! hau hau due! hau hau tre!» abbaiava nel megafono, e l'armo volava sull'acqua, con una potenza straripante.  Gli Scarronzoni erano odiati da Roma per il loro carattere strafottente. Invano chiesero un armo più leggero, senza i rattoppi di quello dove vogavano, formato da due pezzi riuniti, che pesasse metà del loro. E remi più affilati, meno pesanti. A ogni prova internazionale li obbligavano a selezioni penose, contro armi misti, Aniene e Lecce, Aniene e Istria. Gli Scarronzoni li distruggevano. E così andarono alle Olimpiadi di Los Angeles e di Berlino giungendo secondi, per pochi centimetri, dietro gli americani.  La livornesità continua. 1984: centenario di Modigliani. Il nostro Modì è famoso nel mondo e l'Italia lo considera un mostro creato dalla Francia. Un foglio genovese è stato sequestrato perché ha pubblicato un suo nudo. Vado da Romiti, suo amico, che dice serafico: «La Francia lo ha rovinato facendone un pittore alla moda. Quei colli lunghi! Fosse rimasto qui sarebbe divenuto un bravo artista».  Prevedo che Livorno festeggerà Modì con una lagnosa critica alla Francia e al «maudit». Io pubblico un libro dove giudico Modì un mediocre post-macchiaiolo che fugge a Parigi trovando un suo linguaggio, dove non si droga, dove vive anni di meravigliosa intensità, dove ha per compagni gli artisti meno intellettuali che era sempre al verde perché scialacquava i denari ricevuti da casa in banchetti fastosi, che aveva avuto tante donne ma ne aveva amata una sola, e quando morì di tbc quella donna lo seguì disperata. E che, tornato nel frattempo a Livorno, gli antichi compagni lo avevano sbeffeggiato e, in un articolo, lo aveva ridicolizzato il giornalista-capostazione lodato anche oggi dagli analfabeti, il Razzaguta. E titolai il libro «Modigliani maledetto dai livornesi».  Prima dei festeggiamenti, la direttrice del museo comunale indicò il punto dove Modì aveva gettato una testa che gli pareva brutta. Invano la misi in guardia. Allora i fossi venivano dragati ogni anno. E quattro baldi giovanotti, aiutati dai padri laureati, scolpirono una testa e la gettarono nel punto indicato. Ritrovamento immediato.

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di Redazione web