Gioco
Sgomento e dolore nella tribù degli appassionati di surf che hanno visto morire lamico
«Mi sono gettato in mare vestito ma Maurizio non respirava più»
Roberto Cestari
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LIVORNO. «Ho visto Maurizio che galleggiava tra le onde, a una trentina di metri dalla spiaggia. Era a testa in giù e ho capito che era successo qualcosa di grave. Mi sono buttato in acqua vestito e lo ho raggiunto. Insieme ad altri ragazzi abbiamo tentato di rianimarlo, ma non ce l'abbiamo fatta». Valerio Mannari è ancora tutto bagnato, camicia e pantaloni grondano acqua, ha perso le scarpe, ma non sembra accorgersene. Lui come gli altri surfisti dei Tre Ponti sono distrutti. Hanno tirato fuori dall'acqua il loro amico, quel ragazzo un po' cresciuto che a dispetto dei suoi 53 anni era sempre giovane, dentro e fuori, e che non rimaneva mai indietro quando c'era da fare qualcosa, qualsiasi cosa. «Era un grande - prosegue Valerio, che non si vergogna delle lacrime che gli rigano le guance e indica le onde spinte dal libeccio - un mare come questo per lui era una cosa normale: aveva un'esperienza enorme, era stato uno dei primi a passare al kite. Era sempre il primo a scendere in acqua, come se fosse lui a dover dare il segnale agli altri che era il momento giusto». Accanto a Valerio arrivano altre persone, giovani e meno giovani, domandano e quando vengono a sapere che il loro amico non ce l'ha fatta si accasciano letteralmente sui pratini davanti al mare, come se la notizia avesse istantaneamente tolto loro le forze. Dario Guarducci non prova nemmeno a nascondere il suo dolore, e ancora sembra non credere a quello che è successo: «Maurizio era una roccia, un grande atleta e soprattutto un grande amico. Ci siamo incontrati milioni di volte qui al mare - ricorda il surfista - e anche stasera ci siamo incrociati con i nostri aquiloni in mezzo al mare, mi ha salutato e ha proseguito per la sua rotta. Poi sono andato a riva, ho visto l'ambulanza e mi hanno detto che Maurizio si era sentito male, che lo avevano ripescato dopo che era svenuto. Non potevo crederci - aggiunge Dario - uno come lui, che ha fatto tutti gli sport, vela, corsa, bici, ginnastica». Mano a mano che passano i minuti, il capannello dei surfisti cresce di numero. Seguendo un tam-tam immediato, la notizia della tragedia si è sparsa in un attimo. Arrivano auto, scooter, ma anche diversi furgoni, i veicoli preferiti da chi deve spostarsi con le tavole al seguito. Qualcuno, più avanti con gli anni, cerca di consolare i più giovani - «E' la vita, può succedere» - qualcun'altro si augura che Maurizio non abbia sofferto, e che in un attimo se ne sia andato facendo quella cosa bellissima che a lui piaceva tanto. Da un vecchio camper Volkswagen scende un altro noto surfista livornese, Valerio Catanorchi: «Lo ho saputo da internet, sono corso qui - afferma - era una persona splendida, con una grandissima energia». Poi Valerio si rivolge agli amici: «Era uno di noi, siamo come una famiglia: dobbiamo andare all'ospedale e stare accanto ai suoi parenti, soprattutto alla moglie e alla figlia. Non potremo far molto, ma dobbiamo esserci». E i surfisti montano in auto e partono per il pronto soccorso. Ma il ricordo di Maurizio rimane, nelle parole di Luca Magnolfi, che stava facendo ginnastica nella sede della Nuoto Livorno e che si è gettato in mare per recuperare il surfista, e soprattutto in quelle di Carlo Chelli, che mostra con orgoglio la tessera numero 1 del circolo, quella di Maurizio Vestri. «Lo ho potuto conoscere poco, purtroppo, ma ho capito che era un grande, con una figlia che lo adorava».
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