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«La morte del clochard laureato ci accusa»
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CLOCHARD. Su una panchina un uomo senza fissa dimora Caritas: ricominciamo a lavorare per una società più giusta
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LIVORNO. «Viktor Dolishniy non è riuscito a compiere 46 anni, veniva dall'Ucraina, era di religione ortodossa, era divorziato, era laureato, aveva il permesso di soggiorno, è arrivato in Italia nel 1999, aveva un figlio nato nel 1987, era domiciliato presso amici». Enrico Sassano, direttore della Caritas diocesana, parte dall'identikit del clochard morto in una aiuola dell'ospedale per parlare di questi «casi non infrequenti, nella nostra città, di morti solitarie: a volte il freddo, a volte la malattia, a volte le dipendenze, a volte la mancanza di voglia di vivere; sempre soli!». Viktor ha avuto un solo contatto con la Caritas: il 10 giugno 2010 presso l'Ufficio Caritas per il Lavoro che svolge il suo servizio presso la Parrocchia di S. Agostino. Ma perché non ha «bussato alla nostra porta», pur «essendo senza fissa dimora e avendo bisogno»? Sassano dice che «è una domanda che rivolgiamo prima a noi stessi. Alla nostra responsabilità di guardare alla persona, alla sua storia, alla sua disperazione inascoltata. Alla nostra capacità di scrutare il territorio, la gente che lo abita, per vederne le malattie e le sofferenze. Le nostre antenne non funzionano o non sono sufficienti? I nostri ascolti vanno davvero al cuore delle persone o si fermano al bisogno immediato, alla prima richiesta?». Il direttore della Caritas segnala che «in queste morti c'è sempre una responsabilità. Non cerchiamo le responsabilità ma tutti siamo responsabili: da chi è istituzionalmente preposto a offrire sostegno ai più deboli a chi vedendo una sofferenza, una miseria, volge lo sguardo per non vedere. Davanti a questi avvenimenti dobbiamo allertare la nostra sensibilità e la nostra attenzione. Non possiamo considerarle ineluttabili e rassegnarci. Non è così che si costruisce una società giusta; anzi, forse è il caso di dire che è necessario ricominciare a lavorare per una società più giusta». Sassano invita a «mettere al centro queste situazioni» per farle divenire «il perno di una cultura di fraternità, di uguaglianza, di rispetto». E aggiunge: «Questi casi estremi sono punte di un malessere più diffuso di quanto si pensi». Chissà quante persone come Viktor «vivono nella disperazione per tanti motivi: se non li accogliamo, se non li capiamo, non siamo né persone né cittadini, solo individui senza storia».
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