Il Tirreno

Livorno

I 100 anni di "Isabeau" Alla riscoperta dell'altro Mascagni

In alto: Mascagni e un allestimento anni ’60 a Livorno. A sinistra: “Isabeau” alla Scala
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In alto: Mascagni e un allestimento anni ’60 a Livorno. A sinistra: “Isabeau” alla Scala

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 LIVORNO. Giovedì ricorre il centenario di "Isabeau", uno dei titoli "forti" di Pietro Mascagni. L'opera andò in scena al Teatro Coliseo di Buenos Aires il 2 giugno 1911 e dopo essere stata per lunghi anni al centro dell'attenzione di appassionati e critici (circa 150 produzioni fino al 1940) ha lentamente perduto d'interesse per giungere all'oblio. L'ultima rappresentazione in un grande teatro italiano è ormai vecchia di 39 anni (Napoli, San Carlo, marzo 1972). E a poco sono valse le sporadiche riprese in terra straniera che tuttavia hanno portato alla notevole produzione tedesca di Braunschweig nei mesi scorsi.  "Isabeau" ha avuto una genesi tra le più meditate da Mascagni. Il progetto partì nel 1907, in sostituzione di altri, e nacque da un'idea di Luigi Illica, notissimo librettista, il quale stilò una leggenda medievale sullo spunto del poema "Godiva" di Alfred Tennyson. Queste furono le frasi che colpirono la fantasia del poeta: «Cavalcherai nuda attraverso la città... ma non un piede dovrà calpestare la strada, né un occhio dovrà guardare giù, al tuo passaggio».  Così Mascagni decise che anche la sua creatura avrebbe cavalcato nuda, vestita solo della sua castità, proprio come l'eroina di Tennyson. Durante la stesura del lavoro furono attuate diverse trasposizioni e l'azione fu ambientata in Francia e non nella Coventry di Tennyson. Anzi, non è improbabile che tanto Illica quanto Mascagni abbiano pensato alla splendida piazza medievale di Castell'Arquato (paese natale di Illica) come scena naturale ed ideale di "Isabeau".  In un tempo lontano «del fiorito maggio», Re Raimondo, dovendo maritare la castissima figlia Isabeau, indice un torneo. Il vincitore avrà in premio la mano e il cuore della principessa, ma l'impresa sarà ardua. Isabeau fino a quel momento ha rifiutato le profferte amorose anche dei cavalieri di più nobile cuore. Dovrà sentirsi innamorata per cedere. Un consigliere maligno istiga Re Raimondo a proclamare un editto secondo il quale, se Isabeau non sceglierà in sposo alcuno dei contandenti, la sua irragionevole castità dovrà essere punita e la principessa sarà costretta a cavalcare nuda in pieno giorno in mezzo alla città.  Così andrà la vicenda, nessun cavaliere riesce a far breccia nel cuore d'Isabeau, che compie soltanto atto di sottomissione al volere paterno. Dal popolo tuttavia si leva una voce in difesa d'Isabeau: chi oserà guardarla nuda sarà incarcerato ed accecato.  Folco, un giovanissimo falconiere, del tutto ignaro del volere del popolo, incrocia casualmente i propri passi con quelli della principessa e rimane estasiato da tanta bellezza, ma viene colto sul fatto e tratto in carcere. Qui riceve la visita d'Isabeau, intenerita dal candore del ragazzo. La principessa s'innamora, vorrebbe che il falconiere fosse liberato per vivere con lui come in un sogno, ma è troppo tardi. Il maligno consigliere regale apre le porte del carcere al popolo che esegue sommariamente la "condanna". Folco è colpito a morte ed Isabeau si trafigge sul cadavere dell'amato.  Trama non priva d'ingenuità e non sempre facile da seguire, carica di simboli anche sessuali, ma capace d'instillare molta curiosità nel pubblico d'una volta. Di un livello decisamente superiore è invece la musica di Mascagni che con "Isabeau" entra nel periodo della grande maturità. La ricerca armonica si fa spasmodica e le vibranti linee melodiche dei personaggi acquisiscono slanci ed ardori del tutto nuovi.  Il grande intermezzo sinfonico che descrive la cavalcata della principessa è poi la vera gemma dell'opera, una pagina magistrale nella quale l'abbagliante luce solare si fonde con i suoni delle campane e con le mille voci dell'orchestra. Una lezione wagneriana assunta e rivisitata dagli occhi mediterranei di Pietro Mascagni.  Già agli inizi del 1910, quando "Isabeau" ancora doveva giungere al termine, iniziarono le trattative per la messa in scena dell'opera. Tutti i più grandi teatri del mondo volevano accaparrarsi l'imprimatur d'"Isabeau". Il Covent Garden di Londra in omaggio a Tennyson, poeta "nazionale" inglese; l'Opéra di Parigi, per il soggetto divenuto francese. Il Metropolitan di New York, dietro la spinta del suo direttore artistico Giulio Gatti Casazza, avrebbo voluto presentare nella stessa stagione le nuove opere dei due massimi compositori italiani viventi, Puccini e Mascagni, per battere la concorrenza del Teatro alla Scala (Puccini, infatti, nel dicembre 1910, presentò al Met "La fanciulla del West").  Per un lungo tratto il teatro neyorkese sembrò battere ogni concorrenza, si fissò la data della prima rappresentazione (doveva essere il 21 novembre 1910) e quando i giornali già pubblicavano i nomi dei cantanti che vi avrebbero partecipato, la trattativa giunse ad un punto morto. Spuntò così il potente impresario Walter Mocchi, organizzatore delle stagioni liriche italiane in America Latina, che riuscì a battere tutti sul tempo. "Isabeau" ando così in scena il 2 giugno 1911 al Coliseo di Buenos Aires (non al Colòn), un teatro vastissimo (forse il più capiente al mondo) che era stato inaugurato solo quattro anni prima.  Il successo fu notevole, con una forte eco che si riverberò anche in Italia, ma non privo di riserve. Giova però dire che la critica più acerba fu dettata dal fatto che la protagonista non appariva realmente nuda in scena - come era stato annunciato dai diversi "battages" - ma coperta da una calzamaglia. Altri tempi.  "Isabeau", varcato il mare, cavalcò lungamente le ali del successo che spesso, soprattutto quando il suo autore indossava anche il frac del direttore d'orchestra, assunse anche il sapore del trionfo. Attorno a quest'opera sbocciò inoltre una cospicua fiorita d'aneddoti, dettati non solo dalla nudità della protagonista, vera o presunta, che fosse. In occasione della prima rappresentazione alla Scala sembra addirittura che il maestro Tullio Serafin, infastidito dalla presenza di Mascagni ad una prova, e forse dalla sua lingua pungente, dirigesse con una pistola in tasca, pronto a far fuoco sul Livornese.  Ed è anche rimasta nella storia del teatro la volta in cui Pietro Mascagni - si era nel 1928 - fu costretto dalla duplice indisposizione degli interpreti di Isabeau e di Folco a terminare la rappresentazione sostenendo i cantanti con il suo celebre "falsettone".  Per la storia locale "Isabeau" è stata rappresentata a Livorno in sei occasioni diverse, tre delle quali sotto la cura personale di Mascagni. Produzioni di particolare pregio per la presenza d'interpreti come Hipolito Lazaro, Bernardo De Muro, Gabriella Besanzoni, Tina Poli Randacio, Gigliola Frazzoni, Marcella Pobbe, entrati a far parte della trazione più aurea.  L'ultima produzione risale al 1962, ed anche in quel caso un aneddoto ha infiorato la leggenda. Durante il bel duetto finale una quinta s'abbatté sulle robuste spalle dell'interprete di Folco, il tenore Pier Miranda Ferraro, già oberato dalla pesantissima parte che stava cantando. Tra le lacrime di commozione del pubblico si udì anche qualche sardonica risata.

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di Redazione web