Gioco
Moratti e la Picchi-dynasty una grande famiglia unita dall'amore per Armando
Renzo Marmugi
◗
Moratti e Filucchi escono dalla chiesa di S.Agostino dopo la messa in memoria di Picchi Messa in Sant'Agostino a 40 anni dalla scomparsa c'erano anche i vecchi amici Burgnich, Bolchi e Landini
2 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. Una famiglia unita. La famiglia Picchi e quella dell'Inter. Alla messa celebrata ieri mattina nella chiesa di Sant'Agostino a quarant'anni dalla scomparsa di Armandino c'erano tutti: la vedova Francesca, i figli Leo e Gianmarco, i parenti di Livorno, le autorità cittadine, tre giocatori di quegli anni formidabili (Tarcisio "Roccia" Burgnich, "Maciste" Bolchi, Spartaco Landini), amici, gente comune. E poi, arrivato appositamente da Milano con l'inseparabile Stefano Filucchi, anche il presidente Massimo Moratti. Uno di famiglia. Seduto accanto alla vedova, al fratello Mario, alla sorella Mitì e a tutta la "Picchi dynasty": Paola, Gianni, Francesca, Alessandra, Susy, Armando, ai figli del leggendario numero 6, Leo (capo ufficio stampa dell'Inter) e Gianmarco, e a Grazia, la moglie di Leo Picchi, il maggiore dei fratelli scomparso nel 2005. Moratti ieri non era il presidente della società dove Armandino giocò i migliori anni della sua vita sportiva, diventando l'emblema di una banda di invincibili, ma uno di casa. Veramente. Un'immagine da toccare le corde del cuore in questo mondo cinico e baro, dominato dalla filosofia del calcio-azienda, dove le bandiere passano e la memoria è corta, quando ancora si trova un minimo di pudore per non cancellarla. In chiesa, ai lati dell'altare, i gonfaloni dell'Inter, del Livorno (rappresentato dal dg Giovanni Gardini, da Paolo Nacarlo e da alcuni ragazzi delle giovanili in divisa), di Comune e Provincia. A officiare la messa don Matteo Gioia, il parroco, che ha avuto anche momenti di commozione nel ricordare la figura del Picchi uomo di grande fede («aveva preso la tessera dell'Azione Cattolica a Vada, la numero 1"), un guerriero in campo ma sempre leale, corretto, altruista, esempio da seguire. E anche marito e padre esemplare, prima che un male spietato lo facesse diventare troppo presto leggenda e un nome già scritto lassù. Durante la messa la nipote Paola ha letto un messaggio semplice, poche righe ma dai contenuti enormi: «I grandi campioni non muoiono mai, perché vivono nel cuore di chi li ha conosciuti», ha detto ai presenti a nome di tutta la famiglia nel ricordare quel gigante di zio partito dai bagni Fiume alla conquista del mondo, senza però dimenticare mai le sue radici e una parola affettuosa per tutti. Un capitano, anzi il Capitano.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
