Sicurezza
Ci stiamo mangiando risparmi e futuro
Mauro Zucchelli
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Roberto Nardi presidente della Camera di commercioNardi: attenti, il nostro tenore di vita si regge sui nonni fra pensioni e eredità
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LIVORNO. Ci stiamo mangiando la dote di famiglia: è il risparmio accumulato dalle generazioni precedenti che paga il nostro tenore di vita attuale. Ma, divora oggi divora domani, finiremo per non trovarci più niente. Ma quando? Altro che curiosità statistica, nel menu della "Giornata dell'economia" in Camera di commercio ci sono le cifre messe nero su bianco dal centro studi diretto da Renzo Pratesi. E quando si arriva a fotografare le 105mila pensioni di casa nostra, ecco che il presidente camerale Roberto Nardi punta il dito: «Le famiglie giovani reggono spesso solo perché immettono nei consumi quel che gli passano i genitori». Non durerà a lungo: già i quarantenni di adesso avranno pensioni ben sotto gli standard attuali, figurarsi i giovani di oggi che a suon di lavoricchi precari totalizzano pochi mesi di "bollini" ogni anno. PENSIONI RECORD Quel che Nardi non dice - ma sta scritto nelle 220 pagine del dossier - è che, sommando tutti gli enti previdenziali, su Livorno e provincia cade una pioggia di 145mila pensioni da suddividere fra poco più di centomila pensionati (2.059 dei quali sotto i 40 anni): quasi una pensione e mezzo (1,43) a testa, con un reddito medio annuo di 17.378 euro. Totale: qualcosa come 1,7 miliardi di euro di pensioni. Quel che non dicono né Nardi né il prezioso studio è che in tutta la Toscana solo un'altra provincia in crisi nera come Massa ci supera nella quota di reddito disponibile che arriva dalle pensioni: a Massa è il 23%, da noi il 20,6%, un euro su 5. Il resto della regione? Pisa è al 17% così come Firenze e Lucca, Prato al 15%. Nardi lo vede sul lungo periodo come il rischio di una polveriera sociale. Al contrario, nell'immediato potrebbe valere come risorsa extra: oltre a funzionare come ammortizzatore sociale pagando le rate dei figli, i "nonni" non sono forse il vero welfare state che occupandosi dei nipoti mette una pezza là dove gli orari rigidi dei servizi sociali pubblici non arrivano? OCCHIO ALLA POLVERIERA Ma la polveriera sociale esiste. Lo dicono i dati del credito: in calo i depositi (meno 1,5%); in netta crescita i prestiti bancari (più 15,2% ma la percentuale è doppia per quelli destinati dalle famiglie) e ancor più i debiti non pagati alle banche (più 33,3%). Lo dicono i dati sul mercato del lavoro: meno 1,9% di occupati (un calo tutto al femminile); più 31,9% di persone in cerca di occupazione; più 28,2% di ore di cassa integrazione; più 12,2% di iscritti alle liste dei senza lavoro. Il tasso di disoccupazione, al 5,2% nel 2009, è salito al 6,9% e Nardi annuncia che «è destinato a superare il 10% nel 2012». Tutti questi, però, non sono che alcuni dei tasselli del puzzle. E sarebbe sciocco che il vecchio luogocomune di Livorno isola felice venisse ribaltato nel suo opposto. Ad esempio, torna un po' di voglia d'impresa, foss'anche per la disperazione di non riuscire a trovare sbocchi nel lavoro dipendente: fatto sta che rispetto al 2009 le imprese registrate crescono dell'1% (ma quelle attive solo dello 0,2%), le aziende appena nate sono il 9,5% in più e quelle che hanno tirato giù la saracinesca il 7,5% in meno. Dalla fine dell'estate scorsa torna a dar segni di ripresa la tendenza trimestrale nel numero delle imprese: anche nell'industria manifatturiera ma soprattutto per le costruzioni (benché nell'edilizia spesso si tratti dello sbriciolamento delle aziende in un pulviscolo di micro-ditte, dice Nardi). La voglia d'impresa fa capolino anche fra gli stranieri: anzi, più che fra gli italiani («e non sono solo gli ambulanti che si regolarizzano»). CIMINIERE IN ESTINZIONE Va in frantumi l'identikit di noi come territorio industriale: la "ricchezza" (misurata come valore aggiunto) è ormai per il 79,6% derivante dal terziario, la fetta dell'industria crolla al 19,1%. Oltre sei punti in meno rispetto al resto della Toscana. Di più: ko anche l'idea che siamo terra di grandi imprese: siamo sotto la media sia toscana che nazionale (e, viceversa, al di sopra di entrambe, nelle mini-aziende). Però il deficit più grosso lo troviamo guardando alle realtà medio-grandi, quelle che gli economisti ora ritengono il "cuore" del futuro. Beninteso, l'industria rimane fondamentale: ma al robusto incremento di produzione (più 17,2%), fatturato (più 12,1%) e export (più 56,4%) corrisponde la crescita zero dell'occupazione e un calo degli investimenti (meno 3,5%). Nell'artigianato va anche peggio: finora l'occupazione aveva retto nonostante i contraccolpi della crisi, la flessione degli addetti è appena dello 0,2% ma Nardi la legge come la crepa in questa capacità di resistere (anche perché il fatturato ha lasciato sul terreno ben 9 punti percentuali).
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