Il Tirreno

Livorno

Nel match-clou del Livorno in trasferta in Veneto a caccia dei punti per i playoff (e la promozione)

«Io assessore padovano tifo amaranto» Carrai: da ragazzo sognavo con Vitulano

Mauro Zucchelli
L’assessore Marco Carrai
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L’assessore Marco Carrai

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 LIVORNO. «Andrò allo stadio e tiferò amaranto». Un assessore-tifoso non è una gran novità: fa parte dei ferri del mestiere andare a caccia di voti anche strizzando l'occhio alla tribù del pallone. Ma è ben altra cosa se a dire che ha il cuore amaranto è un politico padovano, che avrebbe tutto l'interesse semmai a far professione di fede per gli scudocrociati veneti. E lo fa alla vigilia di un match - importantissimo per sognare playoff e promozione in A - che il Padova giocherà in casa contro il Livorno. E' Marco Carrai, che nella giunta padovana ha la delega a personale e polizia municipale.  «Si può cambiare partito o moglie, ma la squadra del cuore mai», dice l'assessore. Ma la ragione della sua passione amaranto non è un segreto: «La gente mi conosce, sa che sono di Livorno: mai pensato di rinnegare la mia passione amaranto per fare il furbetto con gli elettori».  Chi va nel suo studio trova sul muro il gagliardetto del Livorno, nel cassetto tiene la maglia di Diamanti. Lo sanno tutti, insomma: «Basti dire che nel match d'andata all'Armando Picchi una tv locale mi invito a fare il commentatore-tifoso filo-Livorno. E un giocatore del Padova mio amico, Antonio Di Nardo, dopo la partita mi ha portato in regalo la maglia amaranto che aveva scambiato con Tavano».  L'assessore sfoglia l'album dei ricordi: «Da ragazzo seguivo il mio Livorno spesso anche in trasferta. Ricordo ancora il gran tiro di Miguel Vitulano, il mio idolo di allora, con il quale vincemmo il derby col Pisa».  Carrai spiega che fino a 17 anni ha abitato in via Manasse, zona ospedale. «Per singolare coincidenza, - rincara - nello stesso palazzo di Claudio Ritorni, assessore dello sport della vostra città. Ma lo sa che, quand'ero ragazzino, è stato lui a convincermi a diventare arbitro di calcio?».  La famiglia di Carrai si è trasferita in Veneto alla fine degli anni '70 perché al padre, fino a quel momento direttore dello stabilimento Ginori, era stato offerto un posto a Porto Marghera. «Non posso dimenticare la mia adolescenza a Livorno - aggiunge - anche se sto benissimo a Padova. Figurarsi che, a distanza di tantissimi anni, ci siamo ritrovati qui ormai più che adulti con un mio compagno di giochi, Camillo Vitali, che abitava nel palazzo accanto al mio: ora io assessore e lui concessionario Bmw». L'amministratore veneto segnala che fra gli ex livornesi della generazione dei quarantenni («e anche un po' di più») che ora abitano a Padova ci sono pure il cantante-attore Vittorio Matteucci (Frollo nel "Notre Dame" firmato Cocciante e Scarpia nella "Tosca" targata Dalla) così come l'ex campione di volley Paolo Montagnani, ora allenatore del Pallavolo Padova promossa in A1.  Carrai è un grosso calibro della politica padovana. Avvocato con lo studio in tandem con la moglie, è assessore dal 2004 e, dopo che alle elezioni di due anni fa ha incassato 399 preferenze, ha fatto il bis: prima come Ds, ora come Pd. Alle spalle una storia politica fuori dai binari consueti: ha guidato la Lega Nord a Padova negli anni del "ribaltone" (governo Dini) portandola all'alleanza con il centrosinistra di Zanonato e diventando presidente del consiglio comunale. Poi la rottura traumatica con il Carroccio al momento del ritorno del "senatùr" sotto l'ala di Berlusconi. Entra nel Movimento del Nord Est di Cacciari che confluirà nell'Asinello dei Democratici.  Non è però soltanto una questione di pallone: il tifo amaranto è la rivendicazione di una voglia di appartenenza e di un senso identitario. Qui da noi sembra più forte che altrove.  Non c'entra né l'orgoglio municipalistico (ogni città ha il proprio) né il cliché della livornesità tutta salmastro, lampada abbronzante e macchinone. Basterà ricordare, sempre rimanendo nel campo del tifo, come anche una persona dall'aplomb così tanto britannico e così poco labronico come Carlo Azeglio Ciampi segua le sorti della squadra amaranto (imperdibili le gag di Fiorello a "Viva RadioDue"): al Quirinale mai nessun presidente ha sottolineato le proprie radici quanto ha fatto Ciampi con Livorno.  Difficile trovare città con un così marcato accento identitario: si pensi a cosa significa il fenomeno del "Vernacoliere" su scala nazionale, quasi un marchio in campo satirico. Battuto solo dalla risonanza planetaria della burla delle false teste di Modì (e senza contare che come "fabbrica dell'ironia" abbiamo anche Greggio, Ballantini e Migone, solo per citarne alcuni).  Non esiste altra città talmente egocentrica da pretendere che il lettino dello psicanalista sia il grande schermo del cinema: non sono forse questo i film di Paolo Virzì fra "Ovosodo" e "La prima cosa bella"?  «In quelle pellicole - dice Carrai - rivedo pezzi della Livorno che ho conosciuto: in carne e ossa, quasi da risentirne gli sberleffi, le parolacce e perfino gli odori. Livorno è il personaggio della Sandrelli del film: generosa, contraddittoria. Un po' "allegrona" e un po' mamma».

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di Redazione web