Il Tirreno

Livorno

Cinquant'anni a tutta dolcezza

Maria Antonietta Schiavina
Una torta realizzata dal laboratorio della Pasticceria Cristiani
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Una torta realizzata dal laboratorio della Pasticceria Cristiani

«Ho stregato il palato dei livornesi con la panna e la Charlotte»

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 LIVORNO. Chi non conosce Antonio Cristiani, vedendolo girare in bicicletta per le strade del quartiere Colline, pensa che sia uno dei tanti pensionati alla ricerca di un modo per passare il tempo libero.  Invece quel signore di 76 anni, dall'aria schiva e di poche parole, pisano di nascita e livornese d'adozione, è il patron di una fra le più importanti pasticcerie della città, la Cristiani appunto, che il primo maggio ha compiuto i suoi primi cinquant'anni di vita e il 15 li festeggerà con una mega festa aperta a tutti in piazza Damiano Chiesa.  La sua storia comincia da Orentano, in provincia di Pisa, un paese che ha dato i natali a molti pasticceri, dove Cristiani, prima di dedicarsi ai dolci, aiutava la famiglia a lavorare la terra. Coltivando però, in cuor suo, il sogno di aprire una propria attività. Sogno che in poco tempo è riuscito a realizzare, mettendo a frutto l'esperienza maturata nei più importanti laboratori di Roma, dove si è trasferito da ragazzino, per fare la cosiddetta gavetta e imparare i segreti di un mestiere che nel tempo ha costruito la sua fortuna.  Una fortuna che per lei, come per tanti della sua generazione, non è arrivata all'improvviso, ma dopo un lungo e faticoso percorso.  «Incominciato con poche risorse e tanta volontà. A differenza di oggi, allora il mestiere si apprendeva esclusivamente sul campo, non c'erano studi teorici o scuole, ma solo la voglia di imparare. E a me quella voglia non mancava certo».  Ricorda il suo primo dolce?  «Era una zuppa inglese, che avevo preparato in una pasticceria di Roma dove lavoravo come ragazzo di bottega».  E il primo che ha colpito il palato dei livornesi?  «La Charlotte, un Pan di Spagna farcito con panna, zabaglione, liquore Curaçao, pezzi di cioccolato e torrone in briciole».  Le sue origini partono da Orentano, paese che ha dato i natali a molti pasticceri, trasferiti poi in cerca di lavoro a Roma. Anche per lei la capitale è stata il trampolino di lancio?  «Sì. Avevo sedici anni quando me ne sono andato da casa e, una volta a Roma, ho iniziato a lavorare come ragazzo di bottega accanto a grandi maestri. Poi, quando questi mi hanno ritenuto all'altezza, sono diventato anche io primo pasticcere».  Quali sono state le sue esperienze lavorative precedenti all'apertura del negozio di Livorno?  «Le più significative, quelle per intenderci che mi hanno permesso anche di imparare, sono maturate nei laboratori della capitale. Esperienze fondamentali, anche se faticose. A quei tempi, e parlo di molti anni fa, a noi ragazzi di bottega davano solo un piatto con qualcosa da mangiare e un letto dove capitava: c'era chi dormiva sopra al forno, chi nel sottoscala, i più fortunati si sistemavano in una stanza con altre cinque o sei persone. Non si pensava a uscire, alle amicizie, ai divertimenti, lavoravamo più di 16 ore al giorno e la sera crollavamo distrutti».  Quando e perché ha deciso di trasferirsi da Roma a Livorno?  «Agli inizi degli anni Sessanta, quando si erano trasferiti i miei genitori e altri parenti con attività simili alla mia. Conoscevo perciò la realtà locale ed ero consapevole che con l'esperienza fatta a Roma avrei potuto portare qualcosa di nuovo».  La sua idea vincente qual è stata?  «La panna, che le poche pasticcerie esistenti in città non conoscevano, perché non c'erano ancora i frigoriferi per conservarla e le torte si farcivano con la crema al burro (fatta però con la margarina, non con il burro) che avevano un gusto molto diverso e meno gradevole. Ma anche il cioccolato svizzero puro, lavorato per realizzare un assortimento di praline, cioccolatini, tavolette, uova e soggetti artistici che la clientela apprezzava sempre di più».  Quali sono state le più grandi difficoltà?  «A parte i problemi quotidiani che ogni imprenditore incontra nella gestione della propria azienda, direi che grandi difficoltà non ne ho avute proprio: i miei prodotti sono stati accolti subito con entusiasmo e per questo ringrazio tutti i clienti che in questi anni hanno dimostrato affetto e fedeltà al mio lavoro, ripagando di gran lunga i miei sacrifici».  Quando ha cominciato da chi era composto il suo staff?  «Da mio zio, mia zia, mio cugino e io».  E oggi?  «Da tredici persone, compresi i soci».  Più uomini o più donne?  «Siamo suddivisi al 50%».  Tutti livornesi?  «No. Il nostro personale arriva anche da fuori».  Sua moglie, che oggi lavora ancora nell'azienda, ha sempre collaborato con lei?  «Loretta è entrata a far parte della squadra nel 1963 e da allora mi ha accompagnato, condividendo con me la passione per il lavoro e la cura della clientela. A lei devo molto: il successo e i traguardi raggiunti, infatti, non dipendono mai da una sola persona».  Quanti figli avete?  «Quattro. La nostra è una famiglia numerosa. E dal 1992, a portare avanti il grosso del lavoro sono i miei due figli Maurizio e Sergio, responsabili del laboratorio di produzione e dell'amministrazione, ma anche mia nuora Federica, che si occupa del negozio».  E gli altri figli?  «Stefano si occupa di tutt'altro e Francesco, il più piccolo, sta terminando gli studi, però nel tempo libero ci aiuta».  Quali sono i segreti del suo successo?  «Credo la qualità, la genuinità, la freschezza dei prodotti impiegati, insieme all'utilizzo di ricette della tradizione ereditate dai miei maestri pasticceri. Grande importanza per me poi ha sempre avuto la cura per la presentazione dei prodotti e l'attenzione per il cliente, principi che credo di aver tramandato anche ai miei figli».  Cinquant'anni fra i dolci sono tanti. Se tornasse indietro rifarebbe lo stesso lavoro?  «Penso proprio di sì. Era ciò che volevo».  Lei è una persona golosa?  «Anche troppo, ahimè. Come si fa a resistere alla tentazione?».  Se dovesse paragonare Livorno a un dolce quale sceglierebbe?  «La bidonata, una torta realizzata con tre file di bignè tenute insieme da panna e zabaione, il tutto ricoperto con cioccolato, che ha avuto da subito un grandissimo successo, tanto che non ci bastavano i frigoriferi per soddisfare tutte le richieste! E che, ancora oggi, è fra i dolci che piacciono di più».  Come passa oggi il suo tempo?  «Pur non occupandomi più direttamente della produzione, svolgo sempre un ruolo prezioso per i miei figli, fornendo loro consigli e suggerimenti utili al loro lavoro».  Cosa le manca di più di un mestiere che ha amato da sempre?  «I profumi dei prodotti appena sfornati, gli aromi del burro, della vaniglia e del finissimo cioccolato. E la frenesia che si respira nel laboratorio quando si deve correre per arrivare in tempo a soddisfare tutte le richieste».  

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