Gioco
IL CASO
Presi in giro e poi delusi: quando il sogno resta nel cuore
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LIVORNO. La disavventura di Anna e Pietro (anche i loro nomi sono di fantasia) ha inizio nel gennaio scorso quando la coppia si rivolge al centro pubblico di Pma (procreazione medicalmente assistita) di un famoso ospedale toscano di provincia, per essere inserita nel programma terapeutico. «Fin dall'inizio ci è apparso necessario "velocizzare" la procedura, sia per il desiderio di avere un figlio, sia per arginare gli effetti negativi dell'età, ma anche per usufruire dell'esenzione del pagamento del ticket di 1.827 euro che, per la tecnica di fecondazione in vitro, consigliatami dai medici, non è prevista oltre il compimento del quarantaduesimo anno di età», spiega Anna. «Al primo incontro, - aggiunge - avvenuto non in ospedale ma privatamente con un medico del centro, ci sono stati indicati tutti gli esami, da fare a pagamento, anche se alcuni di questi (per esempio i sierologici) per la Pma sono in genere mutuabili. I medici ci hanno assicurato che potevamo usufruire dell'esenzione solo se avessimo iniziato la stimolazione ormonale prima dei benedetti miei 42 anni. In realtà, fin da subito, abbiamo dovuto pagare numerosi ticket dei quali nessuno ci aveva informato, per esami specifici di controllo, (che si devono fare a giorni alterni). Inoltre, contrariamente a quanto riferitoci in precedenza, ci è stato richiesto anche il pagamento del ticket di 1827 euro, dicendoci che, pur avendo iniziato la terapia prima del compimento del quarantaduesimo anno non avremmo potuto esserne esenti». E questo è stato il primo approccio con la struttura sanitaria. «In seguito - sostiene Anna - è andata peggio. Carenza di informazioni, disorganizzazione, inadeguatezza delle strutture e del personale sanitario (che non forniva le indicazioni di cui al decreto 11 aprile 2008 del Ministero della Salute, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 101 del 30 aprile 2008) hanno caratterizzano il percorso della "Pma". Conseguenze? Pazienti disinformati, soli, stressati e stanchi, costretti a giornate di attesa per un prelievo di sangue e un'ecografia da doversi fare a giorni alterni per circa 10-12 volte». «Poiché sono necessari degli antibiotici dopo il pick up - spiega l'aspirante mamma - mi venivano prescritti dei medicinali potenzialmente pericolosi, per la mia allergia a certi principi attivi, tant'è che il primario del reparto, dopo aver consultato l'allergologo, contravvenendo alle insistenze del collega che aveva sottoscritto la ricetta, mi prescrisse un altro antibiotico». «Ma se non avessimo chiesto il parere al farmacista cosa sarebbe successo?», si chiede il marito di Anna, puntando il dito contro «la totale inadeguatezza» delle strutture e del personale sanitario. «Cosa che - rincara - si ripercuote in maniera negativa sulla buona riuscita del trattamento, obbligando le coppie a rivolgersi ai centri privati o ad andare all'estero, con notevole sforzo economico, discriminante per chi ha poche possibilità».
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