Sicurezza
In cinquemila per dire «basta»
Cristiano Meoni
◗
Sono le 9.30 e il corteo sindacale muove i primi passi da piazza Grande In corteo come allo stadio: la rabbia Cgil sfila tra flashmob e canti
3 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. Si può dire «basta» a tutto. Basta ai licenziamenti e basta alle bombe su Tripoli. Basta alle buste paga da 500 euro e all'azienda che ti sfrutta. Basta a un mondo che, anzichè migliorare, peggiora. Basta al lavoro di domenica e al collega servo del padrone. Basta a Berlusconi, ovviamente, e pure basta a Marchionne, a Bonanni e ad Angeletti che firmano gli accordi separati. E in cinquemila, ieri, al corteo per lo sciopero generale della Cgil, l'hanno detto e l'hanno scritto con i loro corpi, a caratteri rossi e bianchi: «Basta». La rabbia è antica, i modi di esprimerla nuovi. Non più il vecchio polveroso comizio concluso da un membro della segreteria nazionale ma «un happening» in piazza della Repubblica, con i chitarristi dai capelli rasta e gli operai, le commesse, i precari che si alternano al microfono, e non poteva mancare un «flash mob» per fissare l'urlo che sale dalla pancia dei lavoratori. Una kermesse in stile concertone del Primo Maggio che ha pure un conduttore, il comico Claudio Marmugi. Marmugi scherza - «C'è crisi, si vede dai visi» - perchè in fondo Livorno è così, anche quando si arrabbia non smette di riderci sopra. Il corteo che si snoda da piazza Grande al clou finale di piazza della Repubblica, dove è montato il palco, è nuovo ma rievoca quelli passati: nei colori - rosso, la Cgil non è il Pd - negli slogan, nelle canzoni. «Bella Ciao», l'Internazionale ma la sorpresa è «Bandiera Rossa» che rimbomba tra i palazzoni di via Grande, e che i meno giovani cantano con i lucciconi agli occhi. «E' venuto il momento di ricantarla». Lungo il breve tragitto si aggirano spaesati pochi turisti scesi dalle navi da crociera. «Strike against Berlusconi? Very well». Un militante vende "Lotta Comunista" e una signora del nord lo spiazza: «Scusi, mi può spiegare perchè questo corteo?». La sua faccia è un punto interrogativo: dove sono capitata? In apertura lo striscione che recita l'articolo 1 della Costituzione: «l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro». Sfilano i trattori della coop Il Carro, le commesse della Filcams, i precari del Nidil, gli insegnanti precari e non, i lavoratori del porto, le tute blu della Fiom, gli impiegati della Funzione Pubblica, i chimici gli elettrici gli edili i pensionati, sventolano le bandiere dell'Arci, di Sinistra e Libertà, di Rifondazione. Scuole e asili sono chiusi per sciopero, moltissime mamme hanno portato i bimbi al corteo, un paio di portuali hanno i bulldog al guinzaglio. Tantissimi giovani con la felpa rossa con la scritta cubitale Fiom, che scimmiotta quella blu con la scritta Fiat. Piazza della Repubblica è come la curva dello stadio. In uno spazio transennato, si accomodano i manifestanti che devono comporre la coreografia: la parola «basta» in rosso su sfondo bianco, 150 persone per ciascuna lettera. Gli viene dato un cartoncino bianco o rosso che alzeranno al momento stabilito per il flash mob, il momento che racchiuderà lo sforzo organizzativo della Cgil, il suo messaggio, le sue speranze. E' il fotografo salito sulla gru a scandire i tempi della manifestazione, mentre sul palco il gruppo rasta schitarra. «Bello no? - chiede il segretario provinciale della Cgil Maurizio Strazzullo, il foulard rosso al collo - Abbiamo voluto fare una cosa nuova. Potevamo invitare un segretario nazionale, invece dal palco parleranno i singoli lavoratori». Quando Barbara Celati e i precari del Nidil liberano nel cielo i palloncini «per un futuro migliore», sembra di intravedere un sorriso sui volti di Ferdinando III e Leopoldo II, le due statue della piazza, che di comizi ne hanno visti tanti negli ultimi cinquant'anni. Certo sorpresi, forse divertiti dallo spettacolo.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
