Il Tirreno

Livorno

Genitori e figli sfilano insieme: noi senza futuro

Ludovica Monarca
La folla dei manifestanti davanti al palco in piazza della Repubblica
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La folla dei manifestanti davanti al palco in piazza della Repubblica

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 LIVORNO. Basta. La manifestazione dello sciopero nazionale della Cgil a Livorno ha scelto una parola sola per esprimere la frustrazione dei lavoratori. Nessun coro e tanta rabbia. Sono precari, operai, pensionati, studenti. Molti iscritti alla Cgil, ma ci sono anche tanti cittadini che hanno scelto di manifestare il proprio dissenso senza appartenere al sindacato. Occupano tutto lo spazio che c'è da piazza Grande a piazza della Repubblica, ogni centimetro del percorso è calpestato con fermezza, con voglia di esserci.  Una marea rossa senza simboli di partito, se non qualche bandiera Sel. «Ci somministrano futuro incerto e felicità a momenti - dice Roberta Briano, 50 anni, insegnante alla scuola primaria - Oggi manifesto per i miei diritti, ma anche per il futuro dei miei figli e dei miei alunni. I tagli alla scuola stanno rendendo impossibile l'insegnamento. Questo governo continua ad attaccare lo stato sociale, è impossibile restare indifferenti». Alessandra ciò che pensa lo ha scritto in un cartello appeso dietro la schiena, perché, se la voce si può perdere in questo bailamme, le parole restino lì, ferme: " Vergogna". Ha sedici anni e quel particolare sorriso degli adolescenti pieno di energia. «Sono giovanissima, ma già molto arrabbiata - spiega - Manifesto per solidarietà ai lavoratori, perché sento che il mio futuro è già in pericolo. Il governo non fa nulla per noi giovani, non mi sento rappresentata da nessuno». Futuro e dignità del lavoro sono le parole che più ricorrono camminando tra la folla, sono sulla bocca di tutti, anche di Alessandro Tellini, metalmeccanico. «Siamo stanchi dei contratti separati, della precarietà, dei tagli, di un governo indifferente alla sofferenza delle persone. La crisi ha dimostrato che siamo tutti precari. A cosa serve un contratto a tempo indeterminato se poi l'azienda ti chiude da un giorno a un altro?». La parola basta indica questo: stanchezza, l'aver superato il limite della sopportazione «ma - tiene a precisare Filippo Gherarducci, precario di 32 anni - è anche un segnale di rinascita, specialmente per la mia generazione. E' arrivato il momento di superare la sindrome di sconfitta che ci attanaglia e smettere di scendere a compromessi. Adesso basta, lottare per i nostri diritti e pretendere che ci vengano riconosciuti».

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