Il Tirreno

Livorno

Senza scuola e senza lavoro Quale futuro per i giovani?

Mauro Zucchelli
Studenti in classe alle prese con un problema difficile
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Studenti in classe alle prese con un problema difficile

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LIVORNO. Hanno la faccia vispa e birbante che può avere un ragazzo fra i 15 e i 29 anni, ma è come se fossero ibernati nel freezer sociale: non studiano e neppure lavorano. La nostra provincia è a livelli record. 

Riguarda un esercito sterminato di giovani: a Livorno il 20,2% di tutta questa fascia di età, dice l'ultimo bollettino di Italia Lavoro, braccio operativo dei ministeri dell'economia e del lavoro: ma se fissiamo lo sguardo solo sulla metà femminile, ecco che la percentuale schizza al 24,2%, quattro punti in più dei coetanei maschi.  Peggio di noi, in tutto il Centro Nord, solo tre province: Massa Carrara (21,9%), Frosinone (idem) e Rieti (20,6%). Non bastasse questo dato choc, se vogliamo proprio avere un termine di paragone in Toscana, ecco che a Pisa si supera a malapena il 15%, a Grosseto e Arezzo si resta sotto il 14%, Firenze si inchioda al 10,7% e Lucca non raggiunge neppure la soglia dell'8%. 

Gli studiosi li catalogano come "Neet" (la sigla british che indica chi è fuori da qualsiasi percorso formativo ed è privo di occupazione). Ma questa doppia mancanza di collocazione sociale suona talvolta meglio tradotta come la "Generazione né né": né a scuola (o all'università né al lavoro).  Rischia di essere questo l'incubo prossimo venturo per la nostra realtà: come se agli under 30 non fosse riservato altro destino che starsene alla finestra contando su genitori o nonni che li mantengano. Finora Livorno era stato caratterizzata dal record di dispersione scolastica (rappresentata principalmente da bocciature e ritiri dall'istruzione superiore). 

Delle due l'una. O si sta gonfiando una sacca sociale di ragazzi e ragazze che "surfano" sull'esistenza senza prepararsi a inserirsi nella società perché tanto c'è qualcuno che li mantiene nel limbo (ma a prezzo di divorare il patromonio di risparmi accumulati nelle generazioni precedenti). O questi dati ufficiali, ricavati dalla cosiddetta "Rilevazione continua delle forze di lavoro", scontano il fatto che il lavoro oggi è talmente sbriciolato e precario da inabissarsi nel "sommerso": anziché il posto, ecco moltiplicarsi i lavoricchi sempre più spezzettati che nessuna statistica potrà mai intercettare (non è un segreto che i test econometrici mostrino che il nostro tenore di vita e la nostra propensione ai consumi da "cicale" spendaccione siano tenuti in piedi dall'afflusso delle pensioni e da un largo uso delle attività in "nero"). 

Né l'una né l'altra ipotesi, però, lasciano dormire sonni tranquilli: possono spiegare perché il declino economico non presenta sussulti da terremoto ma, sul lungo periodo, fanno immaginare che ci stiamo mangiando l'erba che abbiamo sotto i piedi.

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