Il Papa si cambiò in una bottega
Mauro Zucchelli
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Monsignor Paolo Razzauti: ora vicario per la città, nel 1982 responsabile della visita del PapaDietro le quinte della visita di Wojtyla nella nostra città: parla don Paolo
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LIVORNO. «Il palco dove Giovanni Paolo II avrebbe celebrato la messa in piazza della Repubblica, l'aveva fatto un bravissimo falegname del Comune, Addobbati: davvero bello. Ma a monsignor John Magee, numero due dei segretari del Papa, non piaceva per niente: troppo piccolo, ripeteva. Gli dissi: caro monsignore, l'avrà rimpicciolito la pioggia stanotte. Lui s'imbufalì: vuol prendermi in giro?». "Don" Paolo Razzauti parte da qui per raccontare il "dietro le quinte" di quel giorno del 19 marzo di 29 anni fa in cui papa Wojtyla venne nella nostra città: ora è vicario per la città e rettore della cattedrale, ma in quei giorni di fuoco era in curia il responsabile che a Livorno e a Rosignano tutto filasse liscio per il pontefice. Roba da batticuore: neanche dieci mesi prima Alì Agca aveva tentato di ucciderlo in piazza San Pietro. «A ottobre - dice Razzauti - era stato necessario un secondo ricovero. Quel giorno a Livorno scattò l'emergenza anche all'ospedale: stop agli interventi chirurgici (se non quelli strettamente indispensabili), sale operatorie a disposizione perché si temeva l'eventualità di dover operare Wojtyla in emergenza. Anche perché mangiava ancora pochissimo: l'intestino era stato colpito, muoveva male il dito che aveva deviato l'altra pallottola destinato a assassinarlo». L'emergenza era anche sul fronte anti-terrorismo: «La vigilia facemmo fino alle tre di notte il giro dei tombini per verificare che fossero stati saldati. In alcuni cunicoli c'erano poliziotti e carabinieri. Eravamo sul Voltone, il fosso che passa lì sotto, nascondigli compresi, era pieno di agenti: l'apparato di sicurezza aveva chiamato le "teste di cuoio" da Roma e Firenze per schierarle sui tetti e nasconderle in case private». Fra i mille problemi ce n'era uno pratico: dove far indossare a papa Wojtyla le vesti liturgiche? «Alla fine venne scelto il negozio di Cafferata, - dice il vicario - la fila dei vescovi toscani invece si cambiò in curia e arrivò passo passo in piazza». Tutto doveva essere codificato, previsto, schedulato («ho dovuto chiedere una autorizzazione particolare per stare di fronte al Papa in clergyman»). Ma poi ecco l'imprevisto: ad esempio, durante la messa saltano fuori altri "pass" per ricevere la comunione dal Papa («i cerimonieri me li passarono e li smistai subito»). Il lunghissimo faccia a faccia con gli operai alla Solvay fa slittare di due ore l'arrivo a Livorno: c'è bisogno di illuminare piazza della Repubblica per l'ultima parte della messa e arrivano le torri-faro della Compagnia portuale. Il console "rosso" Italo Piccini sarà al fianco di don Paolo nell'aula Paolo VI in Vaticano il 25 aprile dell'anno successivo quando una carovana di seimila livornesi restituirono la visita a Wojtyla. «Il capo della sorveglianza pontificia, Camillo Cibin, - ricorda Razzauti - era rimasto colpito da com'era andata a Livorno: e in San Pietro ci lasciò ampi spazi di manovra». Tutto era cominciato l'anno precedente con la richiesta dell'allora vescovo Alberto Ablondi: in una udienza a tu per tu con papa Wojtyla gli aveva ricordato il lavoro da giovane operaio in Polonia, in una fabbrica Solvay, e lo aveva invitato a incontrare gli operai della Solvay di casa nostra. «In gennaio telefonò monsignor Monduzzi, prefetto della Casa pontificia: e da allora cominciammo a correre». Cosa ha colpito di più don Paolo nell'atteggiamento di Wojtyla nel backstage? «L'attenzione alle persone anche nelle piccolissime cose. E poi l'intensità della preghiera, la forte spiritualità. Ma sempre con una fortissima carica di umanità: come quando, in incognito, lui e un suo fedelissimo il martedì, giorno di riposo, prendevano un'auto "borghese" senza targa vaticana e andavano a sciare».
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