Gioco
La Livornina a un anti-eroe
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Mario Canessa a Palazzo civico Omaggio a Mario Canessa, il poliziotto che salvò gli ebrei
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LIVORNO. «Non ho fatto altro che il mio dovere». Mario Canessa gira alla larga dai riflettori anche nel giorno in cui Livorno gli offre la "Livornina d'Oro": la più alta onorificenza che abbiamo, stavolta premia un anti-eroe che, nei mesi bui dopo l'8 settembre '43, con l'Italia allo sbando fece fuggire ebrei, perseguitati politici e prigionieri alleati verso la Svizzera per metterli in salvo. Una storia che fino a poco tempo fa non aveva raccontato a nessuno («neanche a mia moglie»). Fortuna che è saltata fuori: un minimo cenno in un colloquio con l'amico ebreo durante la solita partita di scacchi, la notizia che rimbalza dentro la Comunità, il contatto con Guido Guastalla, il museo-memoriale dello Yad Vashem che gli tributa il sommo onore di proclamarlo "Giusto fra le nazioni". C'è tutto questo dietro un anziano signore di 94 anni splendidamente portati, presidente onorario dei partigiani Anpi, al quale ieri mattina nella sala delle cerimonie di Palazzo civico la città si stringe nel D-day del 66º anniversario della Liberazione. Lo sottolinea anche il sindaco Cosimi: e non è un modo di dire, visto che il salone è strapieno di amici arrivati anche dalla Germania: la platea arriva così a ridosso di Canessa che l'abbraccio non è più metaforico ma quasi fisico. Lui rischia di sentire il magone in gola: chiede a Paolo Moschi, giovane assessore di Volterra, di leggere un breve messaggio che lui ha scritto. E' una maniera per sottolineare che sente nel dna le radici tanto della Volterra in cui è nato (e che per la festa vdella Repubblica, il 2 giugno, gli darà la cittadinanza onoraria) quanto della Livorno in cui ormai abita da trent'anni. Il fatto di sentirsi ormai livornese lo dice con il pudore e la ritrosia che lo contraddistinguono: «Qui mi sento a casa, qui ho trasferito le spoglie di mia moglie Tosca». Ma niente pose da eroe invincibile, non fanno parte di lui. Anzi, si alza in piedi quasi sull'"attenti" quando l'ultima parte del suo messaggio la spende per invitare a rendere omaggio a «chi è caduto combattendo per la libertà». Il tono l'aveva dato il sindaco Alessandro Cosimi fin dal primo capoverso: guai al rischio di farsi prendere solo dalla voglia di amarcord ma anche al pericolo di piegare tutto al battibecco del teatrino politico dell'oggi. Ecco però saltar fuori il bisogno di mettere i puntini sugli "i". Contro la voglia di sfasciare la Costituzione: altolà a ogni cancellazione del divieto di ricostituire il partito fascista. Contro i rigurgiti di rimozione storica: e qui la citazione corre aal filosofo Hans Jonas e al suo racconto dell'interminabile agonia di un bambino sotto gli occhi di tutti. Contro chi vuol rubare agli italiani la celebrazione del 25 aprile: «Chi ieri ha pensato che potesse essere abolita, oggi è costretto a festeggiarla»... Emanuele Cocchella, neo-presidente dei partigiani Anpi, non fa l'epopea della Resistenza come se bastasse gonfiare la zampogna della retorica per costruirsi un futuro: ricorda però che la lotta per cacciare i nazifascisti l'hanno fatta 400mila partigiani e 450-500mila militari che scelsero di lottare dalla parte della libertà. «La Costituzione? Se è vecchia quella italiana che non ha 70 anni, cosa dovremmo dire di quella americana che ne ha tre volte tanti?». Ma è stato soprattutto uno storico del calibro di David Bidussa, livornese, direttore della biblioteca della Fondazione Feltrinelli, a entrare in consonanza con la figura di Mario Canessa. L'ha fatto disegnando una sorta di elogio della mitezza in tandem con l'intransigenza morale: ha allargato così la lotta partigiana al di là del confine della militanza combattente. Qualcosa di più di un espediente narrativo o d'un vezzo da intellettuale: Bidussa ha messo l'accento sul "noi" che esperienze simili a quella di Canessa rappresentano. Anziché il superominismo dell'eroe che, quasi come un dio greco, da solo spezza i nemici in battaglia. ecco che questa ragnatela di anti-eroi crea reti di solidarietà in cui ciascuno mette l'esistenza in mani altrui offrendo nascondigli, vie di fuga, cibo, trasferimenti, amicizia. Insomma: un altro modo di intendere la vita, un'altra civiltà dell'esistere e del rapportarsi con la propria comunità. La storia di Canessa l'anti-eroe, appunto.
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