Il Tirreno

Livorno

L’INTERVENTO

I giovani nella morsa fra disoccupazione e precarietà

Suor Marie Simon Pierre guarita dal Parkinson
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Suor Marie Simon Pierre guarita dal Parkinson

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 Emozione e buoni sentimenti, e la consapevolezza delle difficoltà di una intera generazione rispetto alla precedente, si intrecciano dopo la "morte da disoccupazione" di Gabriele, ingegnere livornese in cassa integrazione, e dopo le notizie sulla disoccupazione giovanile in Toscana che trova a Livorno la punta massima.  Se il vero tema è come rimettere in movimento lo sviluppo e l'occupazione e la qualità dello stesso sviluppo e della stessa occupazione (in questo momento quantitativamente a saldo negativo ma anche a forte deterioramento qualitativo), contemporaneamente non possiamo richiedere ai giovani semplicemente di adattarsi o di sognare, né possiamo consolarli riconoscendo gli errori della generazione dei loro padri o affibbiando ai mostri della globalizzazione e della precarietà il peso di ineguaglianze e ingiustizie.  Se stiamo con i piedi per terra, e dovendo navigare nelle tempeste della globalizzazione, se ascoltiamo le narrazioni dei ragazzi o degli operatori che maggiormente conoscono tutte le difficoltà della loro transizione, dobbiamo rispondere urgentemente e concretamente a bisogni e criticità di una intera generazione per sostenerne i comportamenti più virtuosi e l'immane fatica di emanciparsi e rendersi autonomi dentro un contesto ostile come quello che stiamo vivendo e che non ha eguali nel dopoguerra.  Insomma, dobbiamo fare la differenza a favore dei giovani in difficoltà in termini concreti di cose, regole, risorse a loro favore, senza esaurirsi nel solito e ricorrente dibattito salottiero, e senza ridursi al panegirico dell'adattabilità, flessibilità, mobilità a cui devono piegarsi i giovani (scordandosi che i pochi "lavoranti" già lo fanno, basta guardare i salari medi e il tasso di precarizzazione e licenziamento).  Inoltre non si può fare finta di scordarsi della fortissima competitività sugli scarsi posti di lavoro e sugli scarsi servizi a disposizione dei giovani e di tutte le aree sociali in difficoltà e in espansione (oltre i giovani, le donne, gli ex-occupati, i poveri). Alla fine dei tanti gironi infernali dell'adattabilità, molti si ritroveranno tagliati fuori da questa competizione per mancanza assoluta della materia prima di questa stessa competizione, i posti di lavoro necessari, e di servizi di sostegno.  Tagliati fuori - chi "bamboccione" (perché i genitori se lo possono permettere), chi disperato e solo - a cercare di navigare in un mondo del lavoro sempre più liquido e in un mondo che sembra negare ogni possibile prospettiva (a partire dalla esigibilità di molti titoli di studio e di esperienza, per arrivare alla costituzione e al mantenimento delle famiglie e di una prole).  Ecco perché dobbiamo però declinare altri aspetti, oltre a quello pur centrale dell'occupazione. L'assoluta difficoltà a continuare e a proseguire gli studi e a sostenere la mobilità territoriale necessaria per sviluppare ambizioni e esperienze (escluso ovviamente i figli di papà); la carenza dei sistemi di formazione professionale; il vicolo cieco dei troppi tirocini che non si trasformano in rapporti di lavoro; l'imbuto di un apprendistato che non offre sempre prospettive professionali adeguate; il forte differenziale tra studi compiuti e mercato del lavoro; la difficoltà di pianificare adeguati investimenti professionali e di costituzione di migliori esperienze.  E dobbiamo anche ricordare la carenza di un sistema di edilizia sociale (sempre più bloccato sulla gestione dell'esistente e delle emergenze); l'assoluta carenza di servizi di assistenza sociale a disposizione dei non occupati (una volta esauriti gli scarsi sussidi di disoccupazione, per altro poco disponibili proprio per i più precari e per tutto il lavoro autonomo o paraautonomo); un sistema di diritto allo studio sempre più ridotto e che non prevede presalari adeguati ai bisognosi e meritevoli; la carenza e la scarsa focalizzazione delle politiche del lavoro sui target più svantaggiati; la crescente debolezza di queste stesse politiche nell'attuale crisi occupazionale.  Fare la differenza a favore dei giovani nei diversi ambiti da cui può scaturire il sostegno ai percorsi di quelli in difficoltà; essere convinti che la filosofia dell'impegno pubblico non può ridursi alla erogazione di aiuti o aiutini, ma deve puntare al sostegno di percorsi di conquista di autonomia da parte dei giovani e di organizzazione di nuove famiglie; capire che il problema dei giovani va ad intrecciarsi con quelli delle tante aree in difficoltà sociali e che quindi occorre sempre maggiore chiarezza nel selezionare bisogni e meriti da tutelare e sostenere e bisogni e demeriti che occorre non più tutelare; dare fiducia agli stessi giovani pensando che la migliore energia da mettere in campo è quella degli stessi giovani. Questa potrebbe essere un'agenda per la politica.  Il governo nazionale su questo ci propone il verbo "arrangiarsi" (basta vedere il Piano Giovani dei ministri Meloni e Sacconi). La Regione Toscana ha messo mano ad un ambizioso Progetto Giovani. Anche in sede locale, superando perplessità e forti contraddizioni, occorre che la questione giovanile entri in pieno nell'agenda di partiti, sindacati, istituzioni, prima di tutto riconoscendo cittadinanza ai giovani in una discussione che non li riguarda semplicemente ma che li deve trovare protagonisti per il loro avvenire. Paolo Borghi (resp. economia & welfare Unione comunale Pd)

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di Redazione web