Finanza
Pd, il duello dietro le e-mail
Mauro Zucchelli
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LEADER. Filippo Di Rocca segretario territoriale del PdLa lunghissima corsa alla pole position in vista del toto-candidato
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LIVORNO. Possibile che nel Pd esploda la guerra interna per colpa di una e-mail parecchio sboccata? No, il galateo è solo il pretesto: dietro le quinte cova la ricerca della lunghissima rincorsa per la conquista della pole position nel toto-candidato per le poltronissime di parlamentare e di sindaco (né Filippi né Cosimi sono ricandidabili). Ma anche qualcosa che forse va oltre i destini individuali. Sullo sfondo, inutile negarlo, ci sono i duelli e i controduelli che hanno per traguardo il voto del 2013 (per Camera e Senato) e quello dell'anno successivo (per il governo locale). Amesso che le scadenze non siano anticipate dalla crisi del governo Berlusconi o da una eventuale candidatura Cosimi sulla ruota di Roma. E' logico che il controllo del partito sia il requisito fondamentale per il singolo (o, più spesso, il gruppo) che voglia tentare la scalata. E, come quando non ci sono velocisti superstar al Giro, la volata è più lunga e i preparativi partono da ancor più lontano. Solo che esiste l'incognita primarie: una parte del Pd (non etichettabile solo come conservatrice) vuole che a decidere le candidature sia il partito; un'altra fetta chiede a gran voce le primarie ritenendole la ragion d'essere del Pd e ha dalla sua il fatto che ormai nelle grandi città il leader è saltato fuori così (non senza qualche sorpresina per la nomenklatura d'apparato). L'attuale vertice della federazione Pd è nato dal patto fra Filippo Di Rocca (area Bersani-D'Alema) e Marida Bolognesi (area Franceschini), dopo che alcuni pezzi di partito con il mal di pancia (Salviano, Colline, Shangai...) avevano mandato in pista Adriano Tramonti in rotta di collisione con Bolognesi. Risultato: il patto fra i due ex antagonisti ha stretto ancor più nell'angolo i vari rami e rametti della fronda "malpancista" che si è trovata un po' tagliata fuori da tutto. Le malelingue interne al Pd non mancano e raccontano così le "grandi manovre" di queste settimane. Di Rocca prova a ridurre al minimo il ruolo di Bolognesi facendo l'occhiolino ai "malpancisti" per aggiornare la maggioranza uscita dal patto congressuale e diventarne il regista unico. Bolognesi ha visto in Parlamento cento trappole, non mangia la foglia e anzi cerca di essere lei a tagliar l'erba sotto i piedi del segretario, visto che anche dagli ex sponsor di Di Rocca si alza il mugugno: tanto più Di Rocca vuol segnare la discontinuità con l'ex segretario Ruggeri, quanto più gli amici di quest'ultimo non gli risparmiano punzecchiature se non sberle. In pratica, nel risiko interno i due leader cercano l'uno di ridimensionare il peso politico dell'altro e, per riuscirci, puntano a scompaginare la geografia del consenso interno per costruire, pezzettino per pezzettino, una nuova mappa delle alleanze. Non c'è un terremoto-tsunami, almeno per ora: semmai un bradisismo logorante, visto che oltrettutto la minoranza trattiene a stento la voglia di dire che ha i numeri sufficienti per non esserlo più. Aggiungiamo al menù che, a prestar fede al gossip interno, il segretario sospetta che dietro ogni foglia che s'agita possa esserci la "manina" degli amministratori, soprattutto Cosimi, e vuol avere le mani più libere. In concreto: qualche nomina nella propria "squadra" la fa di testa sua e stop, senza consultare nessuno. Fra gli ingredienti vale la pena di mettere anche il rapporto con i vendoliani di Sel. I suoi avversari interni arrivano a dire che sull'altare di quell'intesa era disposto a chiedere a un Pd (Mannucci?) di rinunciare all'assessorato da affidare a Sel in un rimpasto risolutore. Altre fonti, meno "nemiche" ma nient'affatto tenere con lui, invece immaginano che il feeling con Sel possa tornargli utile come sponsor in eventuali primarie per una delle poltronissime all'orizzonte.
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