Il Tirreno

Livorno

Due cuori e una Bodeguita

Maria Antonietta Schiavina
<b>SILVIA BIONDI.</b> Un passato da giornalista, un presente come gestore di un ristorante pub in Venezia (insieme al marito Giovanni)
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SILVIA BIONDI. Un passato da giornalista, un presente come gestore di un ristorante pub in Venezia (insieme al marito Giovanni)

Ex giornalista, arriva a Livorno per amore e apre un locale

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 LIVORNO. Alla domanda "che cosa ha fatto prima di arrivare a Livorno" risponde, sgranando gli occhi: «Di tutto!». E ad ascoltarla, mentre racconta come un fiume in piena la sua storia, si capisce che dice la verità.  Silvia Biondi, livornese d'adozione ma nativa di Vinci («dove si dice che l'intelligenza l'abbia presa tutta Leonardo»), da tre anni gestisce insieme al marito - Giovanni Puccini, livornese, divorziato come lei e conosciuto in chat - la Bodeguita, ristorante-pub nel cuore della Venezia. Un locale aperto dopo il viaggio di nozze a Cuba, dove la coppia si è reinventata una vita, lasciandosi alla spalle il passato, non per dimenticare ma per voltare pagina, insieme.  Livorno è la città in cui lei, toscana, vissuta per anni a Firenze e poi a Roma, è arrivata per amore. Ci racconta?  «Quando l'Unità a Firenze entrò in crisi, mi trasferii alla sede centrale del quotidiano a Roma, per continuare a lavorare, anche perché essendo divorziata con due figli piccoli, non potevo permettermi pause. Dopo l'Unità passai all'Ater, le cosiddette case popolari, divenni dirigente della comunicazione e all'inizio mi sono divertita tantissimo. Poi ho cominciato a non divertirmi proprio per nulla e volevo andare via. Sognavo di aprire una grattachecca sul mare, quelle baracchine che vendono semi, angurie e granite. In quel periodo avevo una storia con un giornalista romano e quando questa finì, iniziai a chattare: stata un'antesignana delle chat, quelle al buio».  Il motivo?  «Per passare il tempo e trovare amici».  E per chat ha conosciuto Giovanni.  «Sì, nel mio profilo avevo scritto "astenersi democristiani". Giovanni era di Rifondazione comunista. Livornese, anche lui divorziato come me, con una storia lunga alle spalle e un lavoro in Compagnia portuale. Io allora facevo la posta del cuore per Amica, avevo quindi tanto cinismo e il cinismo devi un po' coltivarlo, altrimenti non ti viene spontaneo. Perciò avevo teorizzato che gli uomini era meglio se erano fascisti, perché più bravi a letto, una serie di str... allo stato puro...».  La posta del cuore? Come c'è arrivata?  «Nel giro di amicizie romane, una mia amica era legatissima a Maria Laura Rodotà e quando la Rodotà divenne direttrice di Amica, una sera a tavola, mentre si cazzeggiava, mi fece la proposta. Accettai e andai avanti per tre anni. Fu un'avventura molto divertente».  Torniamo a Giovanni.  «Ci siamo sentiti per chat la domenica notte, poi dopo parecchie telefonate, abbiamo deciso di incontrarci il sabato successivo. Sono arrivata a Livorno con due ore di anticipo, c'eravamo dati appuntamento alla rotonda che porta a Coteto, lui aveva una Kawasaki Custom, era fermo sulla moto, un maglioncino a strisce e jeans. Io venivo dalle mie frequentazioni romane dove facevano il pelo "guarda quello come ha il calzino, guarda l'orologio". Lo vedo e penso "mamma mia!", poi esco dalla macchina lui mi viene incontro e mi dice "questa mi fa perdere la testa". Da quel momento è stato tutto bellissimo».  Ed è nato l'amore?  «Di colpo! Giovanni aveva portato una bottiglia di Morellino e due bicchieri di cristallo di sua nonna Armanda nella sacche della moto: siamo andati nella spiaggia dei Tre Ponti, trovandola chiusa, perché era settembre inoltrato, e ci siamo messi a bere il vino. Poi a casa sua e non ci siamo più lasciati».  Nel senso che siete andati subito a vivere insieme?  «No, perché dopo il colpo di fulmine si è trattato di riorganizzare la vita. La mia bimba, che quest'anno ha vent'anni, ha voluto continuare le scuole a Roma, io sono rimasta all'Ater fino a maggio, perché dovevo arrivare ai 21 anni di contributi giornalistici. Mio figlio è venuto vivere con Giovanni. E io facevo la settimana a Roma con la bimba e il fine settimana con Giovanni e il mio figliolo».  Ora la vostra famiglia da chi è composta?  «Caterina, mia figlia, vive a Parigi dove studia arabo, mentre il bimbo, Vittorio, che ha diciassette anni vive con noi a Livorno. Il figlio maggiore di Giovanni, Diego, lavora con noi e sua sorella, che ha un anno meno della mia figliola, quest'anno fa la maturità al liceo: loro abitano con la mamma, ma anche con l'ex moglie di Giovanni c'è un rapporto tranquillo, tanto che a volte viene a cena alla Bodeguita».  Tutti insieme appassionatamente.  «In armonia, anche perché nessuno di noi ha rovinato il matrimonio dell'altro».  Parliamo della Bodeguita. Come è nata l'idea di fare i ristoratori?  «Giovanni lavorava in Compagnia portuale. Quando ci siamo sposati era appena diventato dirigente. Però poi siamo andati a fare il viaggio di nozze a Cuba, con tutti i figlioli e un'amica della mia figliola - 43 anni io, 49 anni lui - eravamo due vecchiarelli in viaggio di nozze con una comitiva di ragazzi».  Poi?  «Nel villaggio dove soggiornavamo stavano costruendo una piccola baracca per farci un bar: un giorno mettevano un pezzo, il giorno seguente lo smontavano, poi rimettevano un'altra cosa. Si pensò: "Boia, è un po' il clima che c'è a Livorno!". E io dissi a Giovanni: "Perché non si mette insieme tutti i nostri soldi e le nostre esperienze e si apre un locale?"».  Così è nata la Bodeguita.  «Che abbiamo battezzato con quel nome in omaggio a Cuba, visto che l'idea c'era venuta là, ma anche perché volevamo un locale che desse il senso della contaminazione, dove ci sarebbero potuti stare vecchi e giovani, tutti a mangiare alla stessa tavola. Era il 2008. E fra una cosa e l'altra s'è speso uno stonfo».  Come furono gli inizi?  «Buonissimi! La preapertura si fece durante Effetto Venezia, che era un po' come aprire uno stabilimento balneare il 15 d'agosto. Poi però abbiamo chiuso e finito di fare i lavori, per inaugurare con Bobo Rondelli a settembre. Da lì, piano piano, siamo cresciuti: Giovanni era bravo a cucinare, ma il cuoco non l'aveva mai fatto. Io ho sempre avuto una grande passione per il bere, ma il barman non lo sapevo fare. Fin dall'inizio abbiamo preso barman e cuochi professionali che ci hanno insegnato e oggi con noi lavorano 9 persone. Giovanni ha trovato la sua attitudine in cucina e io in sala. Come dico sempre: "gli uomini in cucina e le donne fuori a potteggiare".  Nessuna nostalgia per il giornalismo?  «Nessuna! Prima di aprire la Bodeguita ho tentato anche la strada della letteratura scrivendo "Single o rimborsati", un libro che racconta un po' le mie vicissitudini, ma prende spunto anche dalla "posta del cuore" di Amica. Poi mi sono cimentata con un romanzo, che non ho mai pubblicato: da quando faccio la barman non riesco nemmeno a più a stare al computer. Ma sono felice così e non tornerei indietro per nulla al mondo».  

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