Gioco
Persero figli, fratelli, padrie non smettono di lottare
Elisabetta Arrighi
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Livorno: un corteo per chiedere la verità5 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. «Lo tirammo su dall'acqua e lo mettemmo in barca. Gridava: sono tutti morti, ho camminato sui morti. Aveva la faccia sporca di fuliggine, era agitatissimo. Lui, Alessio Bertrand, l'unico superstite, ci disse che la nave in fiamme da cui si era buttato era il Moby Prince. Poco dopo ci affiancò una motovedetta della Capitaneria: lo trasbordammo perché doveva essere portato a terra, doveva vederlo un medico. Noi restammo lì, in mezzo all'inferno d fuoco sperando di poter trovare qualcun altro ancora vivo».
Valter Mattei aveva vent'anni di meno e qualche capello in più, come dice lui, quando accadde il disastro del Moby Prince. Fa ancora l'ormeggiatore nel porto di Livorno insieme a Mauro Valli, il collega di lavoro e amico con il quale uscì in mare la sera del 10 aprile 1991 con una barca di sette metri, quella che allora veniva utilizzata per il lavoro.
«L'emozione e l'angoscia di quella notte non le dimenticherò mai. Vent'anni fa abbiamo visto in mare qualcosa che nessuno di noi avrebbe mai potuto immaginare - racconta Mattei - Spesso, ancora oggi, quando vado in vacanza preferisco non prendere le navi. E se capita, mi è rimasto come un riflesso condizionato: prendo subito i riferimenti delle uscite. Ne ho viste scritte di tutti i colori in questi anni. Io posso dire che la nebbia c'era e che probabilmente non hanno visto la petroliera».
A Livorno oggi si celebra l'anniversario dei vent'anni dal disastro con una messa alle 10.30 in Duomo, una cerimonia in Comune alle 15.30 e poi il corteo fino al porto per il lancio in mare di 140 rose rosse, come il numero delle vittime. Vent'anni e nessun colpevole. Vent'anni di angoscia e tanta rabbia per i familiari. Madri che hanno perso figli, sorelle che hanno perso fratelli, uomini e donne che sono cresciuti senza genitori.
«Non ricordo nulla di quella sera, e neppure dei giorni seguenti. Un oblìo totale. Non ricordo nulla neppure del mio babbo»: Giacomo Sini ha 22 anni, abita a Livorno e frequenta l'ultimo anno di università, facoltà di scienze politiche e sociali. È figlio di Antonio Sini: aveva 42 anni, era ufficiale della Marina militare esperto in telecomunicazioni e lavorava in Accademia navale. Si era imbarcato sul Moby all'ultimo minuto: doveva andare a Pattada, in Sardegna, a trovare i familiari.
Il figlio. Giacomo è un giovane uomo che continua a cercare la verità. Da un anno lo fa anche nei panni di vicepresidente del Comitato 140 a fianco di Loris Rispoli che - dice - «mi è sempre stato vicino come un amico». «È forte il peso della tragedia - racconta - Quando ero piccolino andavo per strada a cercare le persone, specialmente quelle con il cappello della Marina, chiamandole babbo. Avevo 7 o 8 anni quando ho saputo che mio padre era morto su un traghetto. A 11 giravo su Internet per capire cosa era stato il Moby Prince. Voglio sapere come è morto mio padre, di chi è la colpa. Voglio che sia fatta giustizia e voglio che sulla tragedia non cali il silenzio».
La figlia. «Mio padre era il direttore di macchina del Moby Prince: era una persona bellissima, era sempre presente, sempre disponibile. Io sono nata sulle navi: quando ero piccola andavo con mamma e mio fratello il sabato e la domenica con lui. Ci godevamo le bellissime spiagge deserte della Sardegna. Poi il lunedì mattina tornavamo a Livorno con la cartella pronta e andavamo a scuola»: Laura Santini oggi ha 42 anni ed è madre di due bambini di 7 e 5 anni che hanno «ridato il sorriso e un po' di vita» alla madre Piera, la moglie di Roberto Santini che all'epoca aveva 54 anni. «Aveva ancora un anno da lavorare - ricorda Laura - poi sarebbe andato in pensione. Nessuno ci avvertì del disastro: eravamo a letto quando all'alba uno zio che aveva il banco al mercato ci venne a svegliare appena letti i giornali. Speravamo che lui fosse riuscito a salvare altre persone, che fosse con loro in qualche stiva della nave. Abbiamo continuato a sperare anche quando dal terminal passeggeri del porto vedemmo sfilare il Moby Prince annerito, fumante, trascinato dai rimorchiatori...».
La sorella. Marisa Bisbocci è nata nel 1966 e abita a Vada. Nella tragedia morì il fratello Alberto: aveva 21 anni e stava andando in Sardegna per lavoro. «Non ho più parole. Se accade una tragedia tutti sperano di conoscere la verità e sapere chi sono i colpevoli: mi sento presa in giro da una giustizia che non c'è - racconta Marisa - Ero fuori per lavoro quando accadde il disastro del Moby: mai avrei pensato che su quel traghetto, quella notte, ci fosse mio fratello che con le navi non aveva nulla a che fare».
La famiglia distrutta. Erano in nove, tutti veneti: stavano andando in Sardegna per il matrimonio di una parente. «Mia sorella Maurita ed io abbiamo perso papà e mamma; la ragazza che andava in sposa i genitori, il fratello e alcuni amici. In tutti questi anni è stata dura: una tragedia inaccettabile», racconta Fanny Guizzo che all'epoca aveva 25 anni e 23 la sorella. «Seppi quello che era accaduto da mio nonno: la mattina dell'11 aprile stavo preparando la colazione per andare al lavoro quando venne in casa e mi disse che a Livorno una nave era andata a fuoco. Accesi il televideo e capii che non avrei più rivisto né mio padre né mia madre né tutti gli altri che erano con loro».
Valter Mattei aveva vent'anni di meno e qualche capello in più, come dice lui, quando accadde il disastro del Moby Prince. Fa ancora l'ormeggiatore nel porto di Livorno insieme a Mauro Valli, il collega di lavoro e amico con il quale uscì in mare la sera del 10 aprile 1991 con una barca di sette metri, quella che allora veniva utilizzata per il lavoro.
«L'emozione e l'angoscia di quella notte non le dimenticherò mai. Vent'anni fa abbiamo visto in mare qualcosa che nessuno di noi avrebbe mai potuto immaginare - racconta Mattei - Spesso, ancora oggi, quando vado in vacanza preferisco non prendere le navi. E se capita, mi è rimasto come un riflesso condizionato: prendo subito i riferimenti delle uscite. Ne ho viste scritte di tutti i colori in questi anni. Io posso dire che la nebbia c'era e che probabilmente non hanno visto la petroliera».
A Livorno oggi si celebra l'anniversario dei vent'anni dal disastro con una messa alle 10.30 in Duomo, una cerimonia in Comune alle 15.30 e poi il corteo fino al porto per il lancio in mare di 140 rose rosse, come il numero delle vittime. Vent'anni e nessun colpevole. Vent'anni di angoscia e tanta rabbia per i familiari. Madri che hanno perso figli, sorelle che hanno perso fratelli, uomini e donne che sono cresciuti senza genitori.
«Non ricordo nulla di quella sera, e neppure dei giorni seguenti. Un oblìo totale. Non ricordo nulla neppure del mio babbo»: Giacomo Sini ha 22 anni, abita a Livorno e frequenta l'ultimo anno di università, facoltà di scienze politiche e sociali. È figlio di Antonio Sini: aveva 42 anni, era ufficiale della Marina militare esperto in telecomunicazioni e lavorava in Accademia navale. Si era imbarcato sul Moby all'ultimo minuto: doveva andare a Pattada, in Sardegna, a trovare i familiari.
Il figlio. Giacomo è un giovane uomo che continua a cercare la verità. Da un anno lo fa anche nei panni di vicepresidente del Comitato 140 a fianco di Loris Rispoli che - dice - «mi è sempre stato vicino come un amico». «È forte il peso della tragedia - racconta - Quando ero piccolino andavo per strada a cercare le persone, specialmente quelle con il cappello della Marina, chiamandole babbo. Avevo 7 o 8 anni quando ho saputo che mio padre era morto su un traghetto. A 11 giravo su Internet per capire cosa era stato il Moby Prince. Voglio sapere come è morto mio padre, di chi è la colpa. Voglio che sia fatta giustizia e voglio che sulla tragedia non cali il silenzio».
La figlia. «Mio padre era il direttore di macchina del Moby Prince: era una persona bellissima, era sempre presente, sempre disponibile. Io sono nata sulle navi: quando ero piccola andavo con mamma e mio fratello il sabato e la domenica con lui. Ci godevamo le bellissime spiagge deserte della Sardegna. Poi il lunedì mattina tornavamo a Livorno con la cartella pronta e andavamo a scuola»: Laura Santini oggi ha 42 anni ed è madre di due bambini di 7 e 5 anni che hanno «ridato il sorriso e un po' di vita» alla madre Piera, la moglie di Roberto Santini che all'epoca aveva 54 anni. «Aveva ancora un anno da lavorare - ricorda Laura - poi sarebbe andato in pensione. Nessuno ci avvertì del disastro: eravamo a letto quando all'alba uno zio che aveva il banco al mercato ci venne a svegliare appena letti i giornali. Speravamo che lui fosse riuscito a salvare altre persone, che fosse con loro in qualche stiva della nave. Abbiamo continuato a sperare anche quando dal terminal passeggeri del porto vedemmo sfilare il Moby Prince annerito, fumante, trascinato dai rimorchiatori...».
La sorella. Marisa Bisbocci è nata nel 1966 e abita a Vada. Nella tragedia morì il fratello Alberto: aveva 21 anni e stava andando in Sardegna per lavoro. «Non ho più parole. Se accade una tragedia tutti sperano di conoscere la verità e sapere chi sono i colpevoli: mi sento presa in giro da una giustizia che non c'è - racconta Marisa - Ero fuori per lavoro quando accadde il disastro del Moby: mai avrei pensato che su quel traghetto, quella notte, ci fosse mio fratello che con le navi non aveva nulla a che fare».
La famiglia distrutta. Erano in nove, tutti veneti: stavano andando in Sardegna per il matrimonio di una parente. «Mia sorella Maurita ed io abbiamo perso papà e mamma; la ragazza che andava in sposa i genitori, il fratello e alcuni amici. In tutti questi anni è stata dura: una tragedia inaccettabile», racconta Fanny Guizzo che all'epoca aveva 25 anni e 23 la sorella. «Seppi quello che era accaduto da mio nonno: la mattina dell'11 aprile stavo preparando la colazione per andare al lavoro quando venne in casa e mi disse che a Livorno una nave era andata a fuoco. Accesi il televideo e capii che non avrei più rivisto né mio padre né mia madre né tutti gli altri che erano con loro».
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