Gioco
Noi, in mezzo alla nebbia Così strappammo il mozzo dal rogo del traghetto
Elisabetta Arrighi
◗
Una foto aerea del Moby Prince la mattina dopo la tragedia L'ormeggiatore Valter Mattei racconta la tragedia del 10 aprile 1991 quando in rada si scatenò l'inferno
4 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. Era una notte tiepida, il mare era calmo. Il traghetto partito per Olbia si apprestava, una volta uscito dall'imboccatura sud del porto, quella della Vegliaia, a seguire la rotta di sempre. Un viaggio di inizio stagione: a bordo 141 persone, di cui 51 marittimi. L'affollamento dell'estate e delle vacanze era ancora lontano a venire. Doveva essere un viaggio come tanti. Diventò invece l'ultimo viaggio per 140 persone. 140 vite distrutte a bordo della nave trasformata in una palla di fuoco. Il ricordo dell'ormeggiatore. «Eravamo a terra, davanti alla nostra sede (vicino al terminal crociere, ndr). Ad un certo momento Mauro Valli disse: ha preso fuoco una petroliera». L'ormeggiatore Valter Mattei, che con Valli salvò l'unico superstite, il mozzo Alessio Bertrand, ricorda ogni istante di quella notte del 10 aprile 1991 quando il Moby Prince entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo (con 82mila tonnellate di iranian-light) che era alla fonda a 2,7 miglia dall'imboccatura sud. La memoria della città. Oggi sono vent'anni dalla tragedia e Livorno, come ogni 10 aprile, si appreseta a commemorare le vittime del disastro e a chiedere verità e giustizia. «Per non dimenticare» come è scritto sullo striscione del Comitato 140 Livorno. Il presidente Loris Rispoli, che nel disastro perse la sorella 30enne Liana impiegata nella boutique di bordo, e Giacomo Sini, oggi 22 anni, figlio dell'ufficiale di Marina Antonio che era salito sulla nave all'ultimo minuto, fanno appello alla partecipazione «perchè dopo vent'anni non è stata chiarita ancora la dinamica della tragedia, non sono stati condannati i colpevoli, che ci sono, e si rischia che su tutta la vicenda cada l'oblìo. È la coscienza civile che deve restare sveglia, che deve continuare a chiedere che il disastro del Moby Prince non resti per sempre uno dei tanti misteri italiani». Verso il mare aperto. «Quando uscimmo con la nostra barca dall'imboccatura sud, quella della Vegliaia, vedemmo davanti a noi un banco grigio con al centro dei bagliori rossi di fuoco - ricorda l'ormeggiatore Mattei - Il banco era nebbia, e avanzava. Il mare era calmo, non c'era vento. Prima di entraci dentro vedemmo sull'orizzonte alla nostra destra una specie di chiatta, apparentemente ferma, dai cui oblò si vedeva una luce rossastra. Solo il giorno dopo, ragionando sull'accaduto, arrivammo alla conclusione che quella chiatta era il Prince. Una volta entrati nel banco non si scorgeva più nulla. Era nebbia perchè lasciava goccioline sui capelli e non c'era puzzo di fumo». Le domande. Dopo vent'anni non si conosce ancora la dinamica dei fatti, il perchè della collisione del Moby Prince con la petroliera. La prua del traghetto andò a sfondare una tank: il petrolio si riversò dentro la prua accartocciata invadendo rapidamente il traghetto. Lo sfregare delle lamiere mentre il Moby si sfilava incendiò il petrolio e scatenò il rogo. Cosa accade negli istanti precedenti la collisione? Il traghetto fu costretto all'improvviso a cambiare rotta per evitare qualcosa, una barca da pesca o forse una bettolina? Di bettolina parlò all'inizio il comandante dell'Agip Abruzzo Renato Superina, poi correggendosi e parlando di nave. Fra le tante ipotesi, allora, si parlò della possibilità che quella notte in rada, in mezzo alle tante navi fra cui quelle militari e militarizzate Usa cariche di armi, si facesse contrabbando di carburante o - ne parliamo in altra pagina del giornale - fosse in corso un traffico illegale proprio di armi. Il myday. Ma quale nave aveva urtato l'Agip? Nessuno, la sera del 10 aprile di vent'anni fa, pensò a cercare il Moby Prince: il traghetto era stato l'ultima nave ad uscire quella sera dal porto, prima che dall'Agip Abruzzo partisse la richiesta di soccorso per una collisione. E perchè i soccorsi si mossero in mezzo ad incertezze e approssimazioni, senza coordinamento? Perchè nessuno udì quel disperato mayday lanciato dal Prince e rimasto impresso sui nastri di Livorno Radio? Dal Moby in fiamme le richieste di aiuto proseguirono: ne sono state trovate tracce anche pochi minuti prima delle 23, mezz'ora dopo il disastro. Sarebbero le ultime voci identificate dopo una ulteriore pulitura delle bobine, cosa che ha fatto un consulente di parte dei figli del comandante del traghetto, Angelo e Luchino Chessa.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
