Il Tirreno

Livorno

IL DOLORE NON VA IN PRESCRIZIONE

Roberto Bernabò

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C’è il figlio di un ufficiale che morì sul traghetto in fiamme e racconta come è stato crescere - all’epoca aveva 5 anni - senza un padre e senza una verità. E magari sentirne anche la memoria inquinata dai sospetti. C’è l’unico sopravvissuto di una nave dove morirono carbonizzati in 140 che a mezze parole, e più ancora attraverso i gesti, i luoghi, le condizioni di oggi esprime la tragedia di vivere portandosi addosso un dramma così grande. Dalla carta al sito web: sul tirreno.it c’è un video durissimo che mostra per la prima volta cos’era rimasto su quel traghetto la notte del 10 aprile 1991; e un audio, ritrovato dai colleghi di Repubblica, con le comunicazioni radio d’emergenza di quella notte di 20 anni fa quando al largo di Livorno le fiamme incendiavano il Moby Prince entrato in collisione con una petroliera. Lì si colgono le paure e le incertezze che avvolgeranno fin dall’inizio la più grande tragedia della marineria civile italiana.

Ecco in tutto questo lavoro di ricostruzione fatto da Elisabetta Arrighi e Antonio Valentini c’è la radice di una disperazione che brucia le esistenze, di un dolore senza fine che ha inciso tante vite. Ma c’è anche il seme di una rabbia che non si placa. Perché solo l’individuazione delle responsabilità, solo una sentenza che faccia pagare chi ha sbagliato, solo un punto di verità sulla scomparsa dei propri cari può offrire un’occasione di ripartenza. Può consentire a chi rimane di dare un senso alla tragedia che l’ha colpito, di darlo soprattutto alla vita dei propri cari che non ci sono più e sperare che il loro sacrificio sia servito: perché errori, omissioni, assenze saranno state sentenziate, valutate e riparate per il futuro.

E invece il Moby Prince è una delle tante tragedie d’Italia senza risposta che non fanno distinzione tra stragismo, disastri naturali, incidenti. Un elenco lunghissimo, una catena di lutti senza responsabili che ha portato nei giorni scorsi i comitati di mezza Italia - dai familiari del Moby a quelli del terremoto dell’Aquila a quelli del treno assassino di Viareggio - a mobilitarsi per costituire un unico comitato che chieda giustizia. Il segno davvero di uno strano Paese dove la ricerca della giustizia pare un fatto privato anziché un dovere pubblico, roba di famiglia anziché funzione di uno Stato che su questo fonda la convivenza civile, un cammino condiviso.

Invece le nebbie della giustizia ci hanno accompagnato per decenni. Oggi poi la giustizia è solo roba privata. E a misura di un premier e delle sue esigenze. Quella è la stella polare di qualunque intervento legislativo con lo scopo di accelerare le prescrizioni, il momento in cui per la verità non ci sarà più spazio di farsi strada. Per carità, nessuno sogna una giustizia dai tempi infiniti, questo è anzi il male principale, un gorgo nel quale si perdono le aspettative di ciascuno, vittima o carnefice che sia, dove muore la presunzione di innocenza. Ma, per restare all’attualità del Parlamento, tagliare i tempi a disposizione per i processi serve solo a eliminare dall’orizzonte la possibilità di avere giustizia se tutto ciò non è affiancato da altre azioni che lo rendano davvero possibile. E’ accaduto alla tragedia del Moby - con processi e inchieste chiusesi nel segno della prescrizione - potrebbe succedere domani per la strage di Viareggio. Così, alla fine, solo il dolore non va in prescrizione.

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