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Bertrand: "Mi salvai camminando sui cadaveri". Parla l'unico sopravvissuto del Moby Prince
Il mozzo ora abita vicino a Napoli, è sposato e ha due figli. Per la prima volta dopo 20 anni torna a parlare con un giornalista dei suoi ricordi di quella notte in cui al largo di Livorno morirono 140 persone
NAPOLI. Si salvò camminando sui cadaveri, vagando per i percorsi della nave rovente come sui sentieri rocciosi dell’inferno. Si difese alla meglio dall’aria incandescente, filtrando quel po’ di ossigeno con gli stracci imbevuti d’acqua e rifugiandosi a poppa. I suoi occhi, abbagliati dal fuoco e arrossati dal fumo, non vollero chiudersi: il loro destino era di restare gli unici testimoni dell’immane tragedia del Moby Prince. Il mozzo Alessio Bertrand, al suo primo viaggio, scampò alla morte gettandosi in acqua quando arrivarono i soccorsi, mentre il traghetto bruciava e l’equipaggio dell’Agip Abruzzo scopriva quanto fragile sia la vita dell’uomo e quanto imprevedibile il futuro.
VIDEO Dentro al Moby Prince, le immagini girate dai soccorritori
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Oggi vive in un paese della grande Napoli, sormontato dal Vesuvio con la cresta mangiucchiata che copre la visuale sul monte Somma. Per la prima volta, dopo 20 anni, parla con un giornalista di quella notte maledetta. Ha investito l’indennizzo dell’assicurazione nell’appartamento di un palazzone costruito a metà anni ’60, frutto di una speculazione edilizia che rende illogico il nome della strada: si chiama via Panoramica, ma l’unico orizzonte è rappresentato dal cemento. «Mi ricordo tutto, come fosse ieri - racconta Bertrand -. Eppure sono passati vent’anni. Quell’incubo non vuole abbandonarmi». Il suo sguardo è sfuggente, gli occhi non si fermano mai. Siede a un tavolo di casa dagli intarsi finti e stampati, nell’ingresso dominato da uno specchio con la cornice rococò pitturata d’oro. Dal quel tragico 10 aprile 1991 la sua vita è cambiata: «Prendo psicofarmaci, altrimenti non dormo. La psicoterapia da sola non basta - sussurra -. Non ho più il coraggio di guardare il mare, quando sento il rumore delle onde mi sale lo sgomento. Di viaggiare, poi, non se ne parla. Non ho la patente e tocca a mia moglie scarrozzarmi avanti e indietro».
Quando venne a Livorno nel 2009, convocato dalla procura, dovettero accompagnarlo i carabinieri perché lui non riusciva a darsi la forza per partire. Antonio Giaconi, il magistrato che a lungo ha seguito le indagini sul rogo del Moby Prince, ricorda che nonostante l’antefatto fu molto preciso nelle descrizioni e che la sua ricostruzione fu fondamentale per l’indagine: «Durante la deposizione scoppiò in un pianto dirotto. Fummo costretti a sospendere il colloquio e con grande difficoltà arrivammo alla fine. Per forza di cose fu un racconto terribile, che però registrammo per intero».
La famiglia Bertrand oggi vive della pensione erogata dalla Cassa marittima. Nessuno lavora, neppure Raffaella Ascione, la moglie che Alessio definisce una santa donna. Perché? «Mi sopporta - risponde l’ex mozzo -. Tollera i miei sbalzi di umore, gli alti e bassi imprevedibili, i lunghi silenzi, gli immotivati scoppi di rabbia. Insieme ci occupiamo dei nostri figli di 14 e 9 anni, che hanno bisogno di cure specialistiche. Alla vita chiedo unicamente di essere più generosa con loro. Non voglio nient’altro ».
E quella notte? Quello schianto che trasformò il traghetto in una bara incandescente per 140 persone? Le urla, il fuoco, il silenzio irreale dopo che tutti, tranne lui, persero la vita? «Non me lo chieda, parlarne è troppo doloroso - sibila Bertrand abbassando gli occhi -. Per favore. E’ un incubo che non mi abbandonerà mai più. Io non sono più quello di prima, quella tragedia mi ha fatto diventare un uomo diverso. Forse peggiore». Lo scorrere del tempo gli ha ferito l’anima senza incresparne il viso. Ha una faccia piena, proporzionata al corpo massiccio. Eppure l’unico scampato al rogo del Moby Prince dà la sensazione di avere ben più dei suoi 44 anni. «Ogni tanto viene a tagliarsi i capelli - racconta il barbiere sotto casa -, parla e scherza. A un certo punto si ferma e fissa qualcosa nel vuoto. Il pensiero vola».
Al pari degli anni, che scorrono con velocità inarrestabile. Ma qui, in questa via Panoramica priva di orizzonte, tranne il traffico tutto appare lento. Alessio Bertrand vive stancamente le sue giornate d’impegno rarefatto. Fatta eccezione per il matrimonio e la nascita dei figli, dopo la tragedia del Moby i suoi giorni sono stati uno simile all’altro. «Mi chiede come vivo? Così, come vede lei. Poche cose. Sto dietro ai figli, aiuto mia moglie. Al pomeriggio faccio una partitella a carte con gli amici nella stanza attigua alla guardiola. Puntiamo caramelle, nessuno ha soldi da buttare. E poi, di tanto in tanto, vado a giocare a pallone. Sono un difensore. D’altra parte, appesantito come sono, non potrei giocare in altri ruoli». Tutto qui? «Questa è la mia vita».
Nel resto del tempo gironzola per le strade del paese, dove poche auto sono senza ammaccature sulle fiancate e i gruppi di giovani sbracciati e nullafacenti ricordano quelli degli storni, si formano e si disfano, per riappropriarsi subito dopo di un perimetro e di un volume nuovi. «Ora siamo più tranquilli - racconta ancora il barbiere -. Hanno dato un giro di vite alle teste più calde. Ma fino a poco tempo fa era un guaio, soprattutto per i commercianti. Io non ero taglieggiato, solo perché loro sanno dove stanno i soldi. E qui non ce ne sono». Da queste parti, dove uno sputo del Vesuvio basterebbe a fare una carneficina, si avverte la tensione alimentata dalla camorra. I forestieri si salvano, portano denaro e sono solo di passaggio. Quando però ne arriva uno, con una scusa c’è chi s’avvicina sempre: «Serve qualcosa, ha bisogno di aiuto? Da dove viene? Non si fidi ed eviti di passare da quella strada...».
Questo deserto di cemento friabile che si sgretola sotto i colpi del vento di mare, ammorbato dai gas di scarico e dai sacchetti dell’immondizia, è l’Eden di Alessio Bertrand: «Qui sto bene, ho casa, famiglia, amici. Colmano la grande assenza delle istituzioni. Subito dopo il Moby mi dissero che non sarei stato lasciato solo. Invece nessuno mi ha aiutato. Sono stato giudicato invalido all’80%, ma viviamo della mia pensione... Quando arriva aprile, qualche giornalista si fa avanti. Poi nulla più. Mi sento come un reduce di guerra, non riesco a nascondere la mia sindrome post-traumatica da stress».
Il magistrato Giaconi lo rispetta: «Ha dato molto alla giustizia, nonostante la tragedia che ha vissuto e alla quale non era preparato». Chiunque ripensi a quel tragico aprile capisce perché via Panoramica, con la muraglia dei palazzi da 10 piani che ostruisce l’orizzonte, ad Alessio Bertrand sembri il paradiso in terra: lui sa cos’è l’inferno, può dire di esserci stato e dire di averlo visto. E ancora oggi, quando vede il fuoco e il fumo, sente un brivido attraversargli il corpo. Allora il pianto sa dargli sollievo.
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