Il Tirreno

Livorno

L'arte racconta il dramma

Sopra, la scultura di Federico Cavallini che ricorda le 140 vittime del Moby Prince; in alto, il dolore dei familiari delle vittime
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Sopra, la scultura di Federico Cavallini che ricorda le 140 vittime del Moby Prince; in alto, il dolore dei familiari delle vittime

Al Luogo Pio i progetti di tre giovani creativi

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 LIVORNO. 10 aprile 1991 ore 22.25: il traghetto Moby Prince esce dal porto ed entra in collisione con la prua della petroliera Agip Abruzzo perforando una delle cisterne da cui fuoriesce petrolio. Il traghetto è in fiamme. A bordo muoiono 140 persone.  10 aprile 2011 ore 19: un progetto espositivo e un catalogo ricordano la tragedia ancora impunita chiudendo la giornata di memoria. La mostra viene realizzata grazie all'unione delle energie dell'Associazione dei familiari delle vittime insieme all'associazione d'arte contemporanea React ed avvalendosi del prezioso contributo della Cassa di Risparmio di Livorno e della Banca Cras. L'arte contemporanea chiude, così, la giornata di celebrazioni ufficiali e viene interrogata sul processo di memoria, sul suo funzionamento rispetto alla scrittura della storia, alla sua relazione con lo spazio mediatico e all'impossibilità di articolare il ricordo di un fatto la cui ricostruzione è segnata da omissioni, manomissioni e depistaggi.  Rispondo tre artisti di base livornesi, ma operanti a livello nazionale e internazionale: CCH e Federico Cavallini propongono rispettivamente due progetti nella Chiesa del Luogo Pio; mentre Michelangelo Consani interviene nelle pagine del bel catalogo curato da Matteo Lucchetti. CCH provocatoriamente prova a parlare della tragedia senza nominarla. Il campo di indagine è lo spazio mediatico in cui oggi la vicenda si colloca. Nella chiesa compaiono le grandi immagini di due cantanti internazionali, Moby e Prince che scompongono paradossalmente il caso in due parole chiave. Ed è in queste ricostruzioni mediatiche che, spesso, l'oggetto della ricerca si è perduto allo sguardo, proprio come suggerisce l'opera di CCH. Federico Cavallini fa invece una proposta di monumento: una scultura cubica ottenuta con ferro da imbarcazione e battuta simbolicamente sui lati centoquaranta volte. Una traccia audio di registrazione dei colpi inferti è incorporata all'oggetto, che riflette su di sé un numero chiave della vicenda, ma anche il gesto di distruzione seguito alla formatura della scultura. Michelangelo Consani, infine, sceglie la carta stampata: nella pubblicazione propone un parallelo tra la tragedia in oggetto ed il più grande disastro petrolifero del mediterraneo, avvenuto anch'esso il 10 Aprile 1991. Due parabole tragiche sembrano incrociarsi proiettandosi su di una narrazione tipicamente italiana, dove stragi, petrolio e mistero si addensano verso un nero amaramente indissipabile.  Il mare diventa un modo per descrivere la vita contemporanea, le sue contraddizioni, la sua fragilità, ma anche la sua totale libertà. Il mare, quello che va oltre la linea di orizzonte, e' un mondo anarchico e allo stesso tempo spina dorsale del sistema politico ed economico mondiale. Quel mondo sregolato rispecchia, infatti, un mito: niente confini, niente frontiere, niente stati a frapporsi nel libero scambio delle merci e delle persone. Un tripudio della globalizzazione.

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