Toscana
Quello che resta di un partito che ha fatto la storia
Luciano De Majo
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Lex teatro San Marco con la lapide che ricorda la fondazione del Pci 3 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. Li hanno amati e odiati, temuti e rispettati. Di loro, dei comunisti, colpiva e faceva paura, fra gli avversari, la grande organizzazione, la capacità di mobilitare migliaia di persone. Oggi ricorre il novantesimo anniversario della nascita del Partito comunista, avvenuta proprio in città, al teatro San Marco, dove si riunì il manipolo che promosse la scissione dal Partito socialista che stava tenendo il suo congresso al teatro Goldoni. E oggi quali tracce restano della presenza del Pci in una Livorno che ha dato ai comunisti percentuali di consenso altissime nel corso degli anni? L'archivio. Le carte che ripercorrono la storia del Pci livornese sono, sostanzialmente, in salvo. Ed è l'Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea che le sta mettendo in ordine. Ha ottenuto, a questo scopo, anche un finanziamento della Fondazione Monte dei Paschi di Siena per portare avanti l'opera di catalogazione dei documenti, degli atti, del materiale filmato raccolto. Un patrimonio di valore assoluto, che presto sarà sistemato. Luoghi e oggetti. Qua e là, qualche insegna del vecchio Pci in città campeggia ancora. Prendete Borgo Cappuccini: sulla facciata della sede di Rifondazione comunista la scritta è la solita degli anni passati, "Pci Borgo". Perfino Virzì, nel suo ultimo film, ha voluto rendere omaggio al vecchio Partito comunista, piazzando una sezione proprio sotto la casa della famiglia protagonista, a dimostrazione di quanto sia stata radicata la presenza comunista fra i livornesi. Da Borgo Cappuccini a Shangai: il circolo del Pd qui custodisce gelosamente ancora il busto in gesso di Palmiro Togliatti. E poco distante, a Fiorentina, ecco comparire sul muro, sempre nella sede del Pd, un ritratto di Oberdan Chiesa, il giovane partigiano ucciso sulla spiaggia di Rosignano, vera icona della storia comunista livornese. Guttuso addio. Non c'è più, invece, il quadro di Renato Guttuso che raffigurava le Acciaierie di Piombino. Ne è rimasta una copia fotografica nella sede Pd di via Donnini. L'originale, infatti, ha preso il volo nel 1993, quando il neonato Pds, alle prese con problemi economici, decise di venderlo, pur a malincuore. «Ci ricavammo 35 milioni di lire dell'epoca - racconta Marco Susini, segretario del Pds di quegli anni - che servirono per coprire un po' di debiti. Ci pensammo a lungo, poi insieme al tesoriere Emanuele Cocchella facemmo la scelta di venderlo, insieme ad un altro quadro». Le foto in casa. Dove la memoria del Pci è ancora viva e vegeta sono le case dei vecchi militanti, o quelle dei loro figli. Numerose sono le abitazioni nelle quali si trovano, appese al muro o appoggiate su uno scaffale, fotografie di Enrico Berlinguer, l'ultimo dei grandi leader comunisti. Questione di affetto verso un personaggio politico capace di destare ammirazione anche fra gli avversari, ma anche la volontà di rimarcare, come diceva Gaber, «il senso di appartenenza a una razza che voleva veramente cambiare la vita». E così, accanto alle foto di Berlinguer, ecco che non di rado spuntano anche vecchi puntali delle bandiere: falce e martello che venivano messe in cima alle aste in occasione delle manifestazioni ufficiali. Materiale buono, anche questo, per chi non vuole dimenticare.
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