Il Tirreno

Livorno

Mille clic per raccontare la scena

Maria Antonietta Schiavina
Giovanna Talà mostra una delle sue foto in teatro
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Giovanna Talà mostra una delle sue foto in teatro

«Con il mio obiettivo scruto dentro le emozioni più nascoste del palcoscenico»

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 LIVORNO. La fotografia è entrata nella sua vita passando attraverso il mestiere del padre Luigi, leccese, capo della polizia scientifica a Livorno. Una professione affascinante che Giovanna Pacca vedova Talà, 75 anni, livornese, origini gallipoline, seguiva con l'occhio attento di una bambina curiosa, non appena poteva entrare nel laboratorio paterno. «Un luogo magico, dove si studiavano le impronte digitali con operazioni minuziose - dice - e dove io ho imparato ad amare la fotografia che poi mi ha portato a scoprire attraverso lo sguardo storie indimenticabili».  Cugina da parte di madre del regista Eugenio Barba - figura di spicco del teatro mondiale contemporaneo, considerato, insieme a Peter Brook, l'ultimo maestro occidentale vivente - parlando della sua famiglia la Talà dice: «Il commissario Pacca, mio padre, di cui ancora oggi i livornesi si ricordano, era persona liberale, aveva la mente aperta, nascondeva gli ebrei e cercava di aiutare tutti quelli che avevano delle difficoltà. Ma era un nobile decaduto e mamma, pugliese come lui, che invece proveniva da una famiglia benestante, fu diseredata per averlo sposato andando contro il volere dei genitori».  Artista raffinata, professionista discreta, fotografa storica del teatro Goldoni, la Talà ha dato da poco alle stampe il libro suo fotografico "Mascagni. Musica da guardare" (edizioni Bandecchi & Vivaldi): 122 pagine di fotografie, articoli, dediche, che racchiudono un pezzo di storia della musica, ma anche le emozioni di chi come lei quella storia l'ha vissuta in prima persona, dietro le quinte, in silenzio e nell'ombra, fermando con l'obiettivo ogni piccolo particolare, ogni sfumatura.  Donna, tenace, sensibile, coraggiosa confessa di non essere abituata a parlare di sé, ma poi si lascia prendere la mano dal racconto, seduta nel salotto della sua casa di via Mameli, dove i ritratti che ricoprono le pareti raccontano un pezzo di storia dello spettacolo.  Sì, perché l'obiettivo di Giovanna è stato sempre al centro di grandi vicende, al fianco di personaggi importanti della cultura. Gente che ha affidato fiduciosa ai suoi scatti la propria immagine, con la certezza di vederla raffigurata nel modo migliore. Apparentemente timida e perfino un po' scontrosa spiega che da bambina ha fatto anche la partigiana: «Eravamo a Montecatini e mi dicevano di portare il cibo a quelli che erano nascosti nella grotta Maona: ci andavo a piedi, arrancando sulla via di Bruscetto, sfidando la paura con l'incoscienza dei miei nove anni, in testa le treccine con i nastri colorati da femminuccia e nel cuore il coraggio da maschiaccio».  Un coraggio che non le è mai mancato e l'ha aiutata poi a superare prove ben più difficili, come la morte del secondo figlio, di soli tre anni, causata dalla malasanità.  «All'ospedale di Livorno, dove era stato ricoverato per un sospetto avvelenamento da medicinali, - spiega - gli fecero una lavanda gastrica che provocò in lui una reazione mortale».  Se fosse successo adesso - dice - ne sarebbe nato uno scandalo e aggiunge che non riesce a descrivere ciò che provò di fronte a quella morte, ma confessa anche che non ci fu neppure il tempo per il dolore: «Ero in attesa dell'ultima figlia e avevo un'altra bambina di sei anni che mi aspettava a casa».  «Vittorio, mio marito, si fece subito trasferire alla filiale della Plasmon di Napoli per "fuggire" da quel terribile momento - racconta - e passammo tutti e due un momento molto difficile, che solo il nostro amore ci permise di superare».  Come si riesce a sopravvivere alla morte di un figlio?  «Si deve, quando di figli ne hai altri da far crescere. Il mio carattere, ma anche il mondo dello spettacolo e la fotografia mi hanno aiutato in questo. E un grande aiuto me l'ha dato Napoli dove poi sono andata spesso per raggiungere Vittorio. Una città viva, divertente, che mi ha offerto molto dal punto di vista artistico, ma anche da quello umano».  A un certo punto c'è stato il ritorno a Livorno.  «Gli anni passavano e Vittorio, anche lui leccese ma molto legato alla Toscana, aveva sempre meno voglia di stare lontano da casa. Così aprì in città un'agenzia della Plasmon e ricominciammo a vivere qui. Era un bel periodo e a Livorno c'era molto fermento. Ricordo che una volta alla settimana ci ritrovavamo con altre coppie in un "salotto" culturale la cui sede si spostava di volta in volta, in casa di uno o dell'altro: lo avevamo battezzato "Il melograno" e organizzavamo delle serate a tema, con molta cultura e buon cibo. Eravamo motivati, pieni di interessi. Mio marito Vittorio in questo era il capofila, un uomo affascinante che si faceva amare da tutti».  Parliamo della fotografia, oggi più che mai sua compagna inseparabile.  «Un hobby diventato poi lavoro, di cui mi sono sempre occupata, seguendo il tratto più razionale, artistico nello stesso tempo, ma più elegante, più circospettivo. Volevo entrare dentro l'anima delle persone, scavarne i segreti, le emozioni più nascoste».  Per un lungo periodo ha fotografato il teatro e i teatranti. Attori come Peppe Barra, Lina Sastri, Piera Degli Esposti, Mariangela Melato, Moni Ovadia, Carla Fracci. Ha portato a Livorno Lindsay Kemp e ha fatto il book al nostro Dario Ballantini...  «Lui mi chiama "Donna Click" e quando è qui viene sempre a trovarmi: da due anni, da quando cioè è morto Vittorio, che Dario adorava, lo fa meno spesso, anche se ogni tanto invade casa mia con i suoi tre figli, agitati ma simpaticissimi».  Veniamo al libro "Mascagni. Musica da guardare" che racchiude un pezzo di storia della musica lirica. Come è nato?  «Il progetto, per dirla tutta, non è scaturito dalla città bensì dai Lions e mi è stato "appiccicato" addosso quando già collaboravo al Teatro di tradizione e l'allora presidente Costa mi disse di organizzare qualcosa per il cinquantenario della morte del compositore. Ho dovuto studiare, scavare, cercare, perché di Mascagni non sapevo proprio nulla e in questo mi ha aiutato molto Alberto Paloscia, che invece è un'enciclopedia vivente della musica. Ed è iniziato così un percorso che dura ancora, da cui poi è nato anche il libro - l'uscita coincide con il 120º di Cavalleria Rusticana - che racchiude foto di scena e allestimenti mascagnani, per "guardare" la musica. Riflessioni e memorie visive che vorrei inserire in una mostra - se il Comune o i Lions o qualcun altro mi aiuta - e che, rappresentando un estratto del mio percorso intorno a Mascagni, vogliono essere anche un completamento didattico per i giovani, che poco o nulla sanno di colui che è stato un importante protagonista dell'arte labronica».  

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