Gioco
Bruno Del Moro racconta i suoi 14 anni da incubo in attesa dellassoluzione in appello
«Senza la famiglia e i colleghi dell'Atl non avrei superato questa prova terribile»
Roberto Cestari
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Bruno Del Moro lautista Atl assolto in appello dopo unodissea giudiziaria durata 14 anni 5 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. Il primo giorno di libertà ha una sapore speciale, per chi è stato 14 anni sotto la spada di Damocle di un'accusa gravissima, una rapina, e una condanna per un fatto non commesso. Ieri Bruno Del Moro, l'autista Atl assolto dalla corte di appello di Roma per il colpo alle poste della capitale del 1996, ha accettato di parlare di questi anni difficili. E lo ha fatto proprio al circolo Atl di via delle Galere, tra i compagni di lavoro che lo festeggiavano. E la settimana prossima, martedì alle 18, Del Moro e il suo avvocato, Mario Maggiolo, parleranno di questa vicenda a "La vita in diretta", la trasmissione pomeridiana di Rai 1. Qual'è il primo pensiero dopo l'assoluzione? «La fine di un incubo, ma anche che non sono il solo cui sono capitate cose simili». Come è iniziata la storia, che cosa ha provato quando la polizia è venuta a cercarla? «All'inizio, era il 1997, ci risi sopra, pensavo ad un errore: ma come io che andavo a fare le rapine a Roma dopo essere sceso dal bus. E anche alla polizia mi dissero di stare tranquillo, che c'era certo un errore. Poi, un giorno, scesi dal bus a fine turno e c'era la polizia in borghese che mi aspettava. "Lei è in arresto" mi dissero, e in quel momento mi crollò il mondo addosso». E poi cosa successe? «Mi accompagnarono a casa e trovai mia moglie Lisanna. Le dissi che erano due rappresentanti venuti per il negozio e che dovevamo parlare, e che quindi doveva portare da qualche parte nostra figlia Alessia, che allora aveva solo 9 anni. Quando la bambina fu in un'altra stanza, le dissi "Mi arrestano". E vidi che il mondo era crollato addosso anche a lei». E per lei ci fu il carcere. «Sì, mi portarono alle Sughere. Io avevo una paura tremenda: nei film quando mostravano le carceri si vedevano le cose più tremende e io, incensurato, non sapevo cosa mi aspettasse. Invece, le cose sono andate meglio del previsto». In che senso? «Nel senso che gli altri detenuti non mi hanno dato problemi, e gli agenti della Penitenziaria sono sempre stati umani». Parlava di quello che era successo con gli altri detenuti, qualcuno le chiedeva della rapina? «No, in carcere ognuno si fa i fatti suoi e non chiede agli altri perché è detenuto». Poi ci fu la prima liberazione. «Sì, dopo un mese tornai a casa, ma poi si presentò la polizia postale di Roma e mi arrestarono nuovamente. Feci altri 5 mesi alle Sughere e un mese a Rebibbia, a Roma». E la famiglia come ha reagito? «Mia moglie mi è stata sempre accanto, e ha cercato di mantenere tranquilla nostra figlia, che però qualche problema alla fine lo ha accusato. Alessia non parlava mai di quello che mi era successo, salvo una volta: "Non ti faranno niente, perchè non hai fatto niente di male"». Poi ci sono stati i 13 mesi di arresti domiciliari. Come avete fatto per i soldi? «Male, perché ero stato sospeso dal lavoro. Ma la famiglia e i colleghi ci sono rimasti accanto e ci hanno aiutato, anche dal punto di vista economico: gli autisti Atl, che voglio ringraziare per tutto quello che hanno fatto per me e la mia famiglia, hanno anche raccolto dei soldi per permetterci di tirare avanti. E devo ringraziare anche l'azineda, che appena ha potuto, mi ha fatto tornare al lavoro». Arriviamo al 2004, al processo di Roma: cosa ha provato al momento della sentenza di condanna? «Mi sembrava im possibile: come, io che sono innocente dovevo fare quattro anni di carcere? Perché non mi avevano assolto, in che mondo ero?». E in attesa dell'appello? «Andavo a lavorare per non pensare, perché pensavo cose davvero brutte». Con che spirito è andato all'appello? «Fiducia zero, a quel punto non sapevo proprio come sarebbe andata a finire». Invece il giudice ha letto il suo nome e la parola assolto. Cosa è successo allora? «Mi sono messo a piangere, non riuscivo a fare altro. E un altro imputato mi ha detto "Non devi piangere, devi ridere", ma...». Ma cosa? «Ero incredulo, non capivo se fosse vero o no: così ho chiamato un avvocato e gli ho chiesto: "Ma è vero che ci hanno assolti tutti?" e quando lui mi ha detto di sì ho cominciato a rendermi conto che era vero». Cosa è stata la prima cosa che ha fatto da uomo libero? «Ho dormito fino alle quattro del pomeriggio, per la prima volta senza incubi». E adesso come si sente? «Meglio, anche se non mi sento ancora del tutto tranquillo. La paura è restata, dovrò imparare a conviverci. Ma almeno sono pulito da quell'accusa infamante, e questo è l'importante. Ma aggiungo una cosa: è toccato a me dimostrare di essere innocente, non a loro che fossi colpevole. Questo ci deve insegnare che nessuno è al riparo da certe situazioni». Adesso chiederà un risarcimento? «Se ne occuperà l'avvocato Maggiolo, ma in questo momento non mi interessa più di tanto: l'importante è essere uscito da questa situazione». Programmi a breve? «Forse un viaggio, magari un last minute, e poi vorrei finalmente pensare alla pensione: sono 38 anni che lavoro, ho cominciato a 14 anni e da allora non ho mai smesso».
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