Il Tirreno

Livorno

«Cambiare il carcere perché i detenuti non siano vittime della disperazione»

Marco Solimano

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A distanza di alcuni giorni sento il bisogno di condividere alcune riflessioni sulla tragica morte di Yuri Attinà, all'interno del carcere di Livorno. Non appena informato dell'accaduto mi sono immediatamente recato, in qualità di Garante dei detenuti, nell'istituto di pena per cercare di comprendere il contesto e i modi che hanno portato a questo evento drammatico. L'esame autoptico e le ricerche tossicologiche ci daranno certezza sulle cause del decesso.  Ma una cosa mi sento di affermare: Yuri è stato vittima della solitudine, della disperazione, triturato da un meccanismo che rischia di non lasciare scampo alle fragilità ed alle debolezze. Un sovraffollamento inaccettabile che lede diritti e dignità, personale interno ridotto ai minimi termini che non consente alcun percorso riabilitativo, un degrado strutturale che rende ancora più difficile l'esistenza quotidiana e che favorisce percorsi di ulteriore marginalizzazione ed auto marginalizzazione. Il carcere come luogo dell'assenza.  Ma con questa realtà bisogna confrontarsi, investire energie, progetto, sapere. Quando accade un evento drammatico è giusto accendere i riflettori, interrogarsi, denunciare. Ma il tempo successivo ci riconsegna il silenzio, il vuoto, il differimento di memoria. Eppure i detenuti che popolano quel luogo continuano a vivere giorno dopo giorno il tempo della pena in una situazione difficile e durissima.  Dunque il miglioramento delle condizioni di vita all'interno, l'implementazione delle attività e della presenza del territorio, la costruzione di una cultura inclusiva sono questioni dalle quali non è possibile prescindere. L'intollerabile sovraffollamento degli Istituti non decresce solo perché lo chiediamo: bisogna opporsi con forza a politiche governative che queste condizioni hanno determinato, ma bisogna avere anche la capacità, in questa condizione di emergenza, di costruire un progetto ed un percorso condiviso che abbia credibilità e radici solide.  Porre il tema della decarcerizzazione e del differimento della pena in attività socialmente utili, soprattutto per persone che hanno commesso reati correlati all'uso di stupefacenti, incentivare il lavoro all'esterno o le attività di volontariato nel territorio, presuppone la presenza di un tessuto comunitario pronto e consapevole.  Dunque è giusto indignarsi di fronte a situazioni tragiche e drammatiche, ma è altrettanto importante interrogarsi se ciascuno ha fatto sino in fondo la propria parte. Io me lo chiedo spesso quando nella solitudine e nel degrado qualcuno muore di overdose, quando incrociamo lo sguardo degli uomini e delle donne ospiti dei centri di accoglienza, quando non si riesce a trovare soluzioni e risposte a bisogni e domande impellenti, quando si rimane senza fiato di fronte alla terribile pesantezza delle condizioni all'interno del carcere.  È doveroso che ciascuno si assuma le proprie responsabilità fino in fondo ed offra il proprio contributo fattivo a che alcune condizioni si possano modificare. Il Garante, nell'ambito delle seppur modeste potestà, farà fino in fondo la sua parte.

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di Redazione web