Il Tirreno

Livorno

Sughere, record di morti

Una lunga striscia di sangue: il caso Lonzi e gli altri

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 LIVORNO. Una striscia di morti - lunghissima, terribile, inquietante - contraddistingue gli ultimi dieci anni del carcere Le Sughere. La vicenda più nota è la tragica fine di Marcello Lonzi, un caso nazionale insieme a quella di Stefano Cucchi: ma non è l'unico decesso all'interno di quelle mura, dove da tempo si vive in condizioni intollerabili di sovraffollamento.  Febbraio 2001. Una donna grossetana di 39 anni si impicca in cella, a 4 mesi dal fine pena. Non ce la faceva, dopo una esistenza difficile fra siringa e bicchiere, a reggere la lontananza dal marito (anch'egli detenuto) e dai figli.  Aprile 2001. Si impicca con la cintura dell'accappatoio un uomo di 35 anni, sezione ad alta sicurezza. Due ergastoli, l'accusa di far parte del clan mafioso Santapaola: l'hanno trovato con il rosario al collo.  Aprile 2003. Il cadavere di un turco di 35 anni lo trovano impiccato con i lacci delle scarpe, vietatissimi dietro le sbarre. Corpo sospeso nel vuoto e sgabello rimasto in piedi.  Luglio 2003. Muore in cella Marcello Lonzi, 29 anni. La famiglia viene avvertita solo dopo 12 ore, e non è che la prima stranezza in questa vicenda. La madre non crede alla morte accidentale, inizia una lunga battaglia per chiedere giustizia: saltano fuori foto terribili delle condizioni del cadavere di Lonzi. Alla fine viene tutto archiviato.  Giugno 2004. Un calabrese di 50 anni, detenuto nel braccio di massima sicurezza si toglie la vita appendendosi alle sbarre con la cintura dei pantaloni.  Luglio 2004. A distanza di appena un mese dal suicidio precedente, si impicca con sacchi di nailon un marittimo cileno. Era imbarcato su una nave cargo sulla quale erano stati trovati tre chili e mezzo di cocaina.  Settembre 2004. Per la terza volta in tre mesi un detenuto finisce i suoi giorni impiccandosi in cella. Era un uomo di 28 anni, originario di Napoli, recluso nella sesta sezione del padiglione D (detenuti comuni): lo avevano arrestato con l'accusa di essere un "topo di treno", doveva scontare otto mesi per furto.  Dicembre 2004. L'"annus horribilis" delle Sughere non termina senza un altro decesso. Un pugliese di 57 anni chiede aiuto dalla sua cella nella seconda sezione, dov'era recluso per reati di stampo mafioso (Sacra Corona Unita). E' stato un infarto? Il magistrato ordina l'autopsia.  Settembre 2007. Pochi giorni dopo il tentato suicidio del padre di uno dei piccoli rom morti nel rogo di Pian di Rota, un polacco di 27 anni viene trovato avvelenato dal gas del fornellino in dotazione.  Ottobre 2007. La brandina di un detenuto marocchino di 34 anni si trasforma in un letto di morte. Aveva il volto all'ingiù sul cuscino: fulminato da un infarto, dice il primo sopralluogo.  Novembre 2007. Un albanese di 22 anni a rischio suicidio viene messo in una cella isolata "liscia", senza vestiti. Ha già provato più volte a metter fine ai suoi giorni: l'ultima volta ci riesce, grazie a una felpa che riesce in qualche modo a ottenere.  Maggio 2008. Una infermiera livornese, in servizio alle Sughere quando fu trovato morto Lonzi, si inietta in carcere una overdose di insulina pochi giorni dopo esser stata ascoltata dal magistrato. La salva in extremis un medico.  Novembre 2008. Muore per asfissia un recluso trentunenne di Salerno. Dicono abbia sniffato il gas di una bomboletta da camping mettendosi in testa una busta di plastica, secondo una pratica diffusa fra i tossicodipendenti.  Maggio 2009. Un ragazzo di 21 anni, originario dell'Est Europa, si toglie la vita impiccandosi il giorno dopo esser finito in cella con l'accusa di aver violentato la fidanzata.  Agosto 2009. Un marchigiano di 48 anni, ricoverato in osservazione psichiatrica, si impicca con la maglietta.  Marzo 2010. Un tunisino di 30 anni viene trovato senza vita nella sua cella all'interno del reparto transito. Accanto a lui la bomboletta del gas aperta: morto per una sniffata dal fornellino?  Agosto 2010. Nella sezione ad alta sicurezza, ennesimo tentativo di togliersi la vita. Un agente penitenziario - rimasto da solo a controllare 15 celle per le solite carenze di organico - riesce a salvare in extremis un detenuto che si sta impiccando. M.Z.

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