Toscana
«Mi chiesero loro di fare la discarica»
Juna Goti
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Federico Bellabarba (a destra) con il vicesindaco Cristiano Toncelli e Rosaria ScaffidiLo sfogo di Bellabarba: Comune e Provincia proposero l'affare, noi abbiamo accettato
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LIVORNO. «La nostra è una famiglia di costruttori: a fine anni Ottanta abbiamo comprato la cava dal Canaccini per ridurre la spesa del materiale. Poi gli enti locali ci hanno proposto di trasformare il sito in una discarica di rifiuti non pericolosi perché la città ne ha bisogno e la normativa lo prevede. Non voglio fare il buon samaritano: siamo imprenditori, abbiamo valutato l'operazione e deciso di andare avanti». Parte così lo sfogo di Federico Bellabarba, titolare della società proprietaria dell'ex cava del Limoncino e dei 139 ettari di bosco che ricoprono il monte La Poggia. Poche volte si è rivolto al giornale per rispondere ai rappresentanti del comitato che da mesi protestano contro la realizzazione della discarica. Lo ha fatto dopo l'ultimo blocco della strada che porta all'impianto. Lo ha fatto ieri, quando nella sua cassetta della posta (anche lui abita al Limoncino) ha trovato il volantino poi distribuito in via Grande. C'è scritto: «Una discarica nel parco delle colline livornesi? All'inquinamento, alle falde acquifere, alle abitazioni vicine, al terreno franoso, alla strada di accesso non hanno pensato?». Poi l'immagine della Befana: «Quest'anno solo carbone agli amministratori che hanno concesso le autorizzazioni senza pensare alla salute dei cittadini. Non crediamo più alle loro rassicurazioni: troppi sono gli interessi in gioco». «Non ci sto - interviene Bellabarba - intanto la discarica non è all'interno del parco delle colline, poi come si fa a inquinare un'area che sta sopra?». Per quanto riguarda le falde acquifere, «le sorgenti originarie sono state tagliate via da tanti anni di attività estrattiva che, vorrei ricordarlo, esiste dal 1920». «Comunque - continua - trattandosi di una discarica di rifiuti non pericolosi, avremmo potuto fare solo un invaso di argilla sopra al terreno: siamo stati i primi a prevedere (come riportato nella convenzione) misure di sicurezza extra. Io stesso vivo al Limoncino: non voglio certo avvelenare casa mia». Poi la stoccata: «Ben vengano i controlli. La discarica non è ancora in funzione eppure l'Arpat sta già passando ogni settimana. Ma perché chi deve fare i controlli non si preoccupa dei 78 scarichi abusivi e dei pozzetti mai svuotati nell'area, come documentato (con tanto di fotografie) dalle autorità competenti? Non esiste la fognatura nera: non accetto che mi si dica che voglio inquinare il monte quando c'è chi lo fa già». Altro punto critico: il terreno franoso. «Qualche mese fa - ammette Bellabarba - c'è stato uno smottamento, ma al di fuori del perimetro di cava. Lo abbiamo segnalato subito e siamo intervenuti. Con le piogge degli ultimi tempi è franata mezza Toscana: come è che al Limoncino non è successo niente?». La discarica, ormai, è in fase di ultimazione: mancano l'impianto per il percolato, una pesa, la recinzione e gli uffici, che sono prefabbricati. «Sul volantino - riprende Federico Bellabarba - si parla anche di "troppi interessi in gioco". Il mio interesse è legittimo: sono un imprenditore, ho chiesto tutte le autorizzazioni e ho investito circa sei milioni di euro. A quanto mi risulta al Limoncino sono state presentate settanta richieste di edificazione. Non voglio essere frainteso: sarei felice se fossero accettate, sarebbe un bene anche per me se il terreno diventasse edificabile. Ma mi sembra chiaro che non sono l'unico ad avere interessi nell'area». «So solo - chiude - che la nostra è una delle realtà rimaste in piedi in città nonostante la crisi: abbiamo circa cento dipendenti a libro paga tra la Gaetano Bellabarba, la ditta Biagi e i sei che si aggiungeranno con l'entrata in funzione dell'impianto. Vogliamo continuare a lavorare e il blocco a oltranza dei camion ci sta danneggiando: abbiamo sporto denuncia e il nostro avvocato ha inviato ai manifestanti la richiesta di risarcimento danni».
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