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Moby prince

Moby Prince, archiviata anche l'inchiesta bis

Moby Prince, archiviata anche l'inchiesta bis

Lo sfogo del figlio del comandante: mi vergogno di essere italiano

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LIVORNO. Il gip Rinaldo Merani ha accolto la richiesta di archiviazione dell'inchiesta-bis sulla tragedia del Moby Prince, il traghetto che la sera del 10 aprile di 19 anni fa nella rada del nostro porto si scontrò con la petroliera Agip Abruzzo: la sciagura costò la vita a 140 marittimi e passeggeri. Era stata la Procura livornese a chiedere a maggio l'archiviazione.  Ieri all'udienza era presente, oltre al pm Massimo Mannucci (che ha condotto le indagini con Antonio Giaconi, Carmen Santoro e Carla Bianco), anche Luchino Chessa, figlio del comandante del Moby, Angelo, morto nella collisione. Lo accompagnava all'avvocato Carlo Palermo, difensore di un gruppo di familiari delle vittime. 

Era stato proprio un esposto presentato dall'avvocato Palermo a spingere tre anni fa la magistratura a riaprire le indagini: nell'esposto si ipotizzava che all'origine di quell'apocalisse potessero essere state movimentazioni illegali di armi tra il porto e la vicina base americana di Camp Darby.  A giudizio del gip, che dopo mezz'ora di camera di consiglio ha accolto la richiesta della Procura, non ci sono elementi a sostegno degli scenari proposti da Palermo.  «Non abbiamo portato altri elementi - ha spiegato l'avvocato Palermo all'uscita del tribunale - perché era evidente che il giudice avrebbe dichiarato l'inammissibilità della parte offesa per i reati legati ai traffici di armi che non sarebbero stati connessi all'episodio del Moby». Le parti offese sono invece state accolte per il reato di omicidio colposo che tuttavia è già prescritto. Secondo la richiesta di archiviazione della Procura, quel che causò nel '91 la cosiddetta "Ustica del mare" fu un intrecciarsi di concause, tra cui l'errore umano, la concomitanza di circostanze sfortunate (una nebbia "eccezionale", la collisione con una cisterna piena) e l'insufficienza delle regole di sicurezza in rada. I diversi processi celebrati negli anni passati non avevano individuato colpevoli. 

«Come familiari siamo disgustati», sbotta Luchino Chessa: «A parte i giudici - sottolinea - oramai nessuno riesce a credere che quella notte il traghetto abbia speronato la pretoliera Agip Abruzzo a causa della nebbia». Chessa ritiene che abbia «sempre avuto mano libera» chi ha potuto «lavorare per depistare, manomettere, omettere e insabbiare». E aggiunge: «Mi vergogno di appartenere a una nazione che non ha il coraggio di scoprire il marcio che sta dietro a tante stragi, Moby compresa».  Chessa non vuol arrendersi: sta collaborando con il Comune di Livorno per realizzare una sezione sul Moby all'interno del nascituro Museo del mare e ha incaricato uno studio di Milano per «fare una ricostruzione ingegneristica che è in contrasto con quanto scritto dai periti dei magistrati».

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di Redazione web