Il Tirreno

Livorno

La sferzata di Razzauti «Né progetti né speranze e Livorno si affloscia»

Mauro Zucchelli
<b>RAZZAUTI.</b> Il vicario episcopale durante una cerimonia al santuario di Montenero
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RAZZAUTI. Il vicario episcopale durante una cerimonia al santuario di Montenero

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 LIVORNO. «Lo dico quasi con il groppo in gola, ma vedo la nostra città lasciarsi andare: è grigia, molto ma molto grigia in questo momento. E non mi riferisco al fatto che è un inverno con un cielo gonfio di nuvole e pioggia: parlo delle prospettive. Del bisogno di avere un "oltre", una speranza. Se ne vede una? A me sembra di no». La sferzata arriva da un signore che non ama i toni urlati. Anzi, da un monsignore.  Paolo Razzauti, vicario episcopale per la città, torna a rimettere in campo un suo vecchio pallino sul quale insiste da tempo: «E' indispensabile che ci si metta tutti intorno a un tavolo e si dia a questa città un progetto».  Facile tradurre: per lei questo progetto ora come ora non c'è?  «Proprio così. Tutt'al più si vivacchia, si galleggia».  Ma noi livornesi siamo specialisti in questo surf: meglio disoccupato all'Ardenza che ingegnere a Milano. Barattiamo un po' di carriera e di ricchezza con una qualità di vita meno stressante...  «Guardi che questa poteva essere la fotografia di qualche anno fa: non avverte che in mezzo alla gente c'è una rassegnazione mescolata alla voglia di andarsene via. E non è più una roba solo da giovani: ho ascoltato anche gente di mezz'età dirmelo. Ci si sente oppressi. No, forse oppressi no? Direi meglio: afflosciati».  Cosa manca?  «Lo ripeto: la speranza, il sogno di un domani per il quale valga la pena di sacrificarsi un po' oggi».  Appunto: l'oggi...  «Chi potrebbe dare una spinta o fugge o non vede l'ora di farlo. L'opposto di quel che accadeva in un passato mica tanto lontano: i grandi personaggi da "eccellenza" le conterei francamente sulle dita di una mano. Ci si accontenta magari del proprio ruolo all'università o in qualche ente, ma senza la gioia o l'orgoglio di un tempo».  Tutto ruota attorno a una domanda: perché?  «Sì, ce lo dobbiamo chiedere senza tanti diplomaticismi, senza aver paura di dirci cose poco amichevoli».  Ecco, allora non ci giri tanto intorno neanche lei.  «C'era una volta la gioia di stare insieme. Ma i nostri ragazzi, sanno cos'è la gioia? Dopo il pub, cosa resta se non quell'euforia da birra?».  Rispunta fuori il prete che è in lei...  «Sia chiaro, non faccio confronti fra chi è dentro e chi fuori dall'ombra del campanile. Non vedo né valori né modelli aggregativi: nei partiti, nelle parrocchie, neanche altrove. E la responsabilità è di noi adulti che non sappiamo provocarli abbastanza: c'è bisogno di trasmettere quella sana inquietudine che porta a farsi domande di senso. La sfida vera è l'educazione...».  La scuola...  «Educa poco».  La società?  Semmai diseduca: basta vedere lo schifo che stiamo vedendo in questi giorni nella politica. E i giovani, cosa dovrebbero trarne?».  E la Chiesa?  «Dobbiamo smettere di essere una "Chiesa contro", meglio essere una "Chiesa verso" e una "Chiesa per". Fin qui ci siamo basati sulla strategia del contro il divorzio, contro l'aborto, contro le convivenze, contro le unioni civili».  Risultato?  «Anziché risolvere il problema, ci siamo semplicemente allontanati dalla realtà. Invece educare significa prendere chi bussa alle nostre porte e aiutarlo a interrogarsi su valori anche umani».  Vabbè, ma tanto dopo la cresima i ragazzi se ne vanno altrove e stop...  «In gruppi e associazioni ecclesiali c'è una marea di ragazzi di 16-18 anni, ma dopo i 22-24 c'è il vuoto. Ci si fidanza, si studia altrove, si fa la valigia per lavoro».  Vi scappano, insomma...  «Non perdono il contatto con noi, lo perdono spesso con qualsiasi forma sociale aggregata. Ecco lo sbandamento, il disorientamento, la solitudine».  Ma se i social network tipo Facebook non sono mai stati così affollati.  «Ben vengano i contatti ma anche la voglia di guardarsi negli occhi. Manca tanto l'esperienza dcella "strada": lo capisco, ma i luoghi di aggregazione rimasti sono in realtà luoghi di consumo. E questo esclude chi noin ha abbastanza soldi. Clienti più che cittadini: ci si consuma anche noi stessi».  Come il Marcovaldo di Calvino al supermarket negli anni '60.  «Già, perché in realtà ho l'impressione che più che consumare ci si limiti a guardare: non hai in tasca abbastanza soldi, giri fra le vetrine scintillanti e non ti resta che il desiderio di acquistare ma senza poterlo fare. Rientrerai a casa scontento e incattivito. Come se tutto fosse una festa ma solo per gli altri».  Riprendiamo questo filo: larghi settori di città, l'impoverimento lo toccano con mano.  «Sì, la città è impoverita. Spesso anche senza accorgersene. Fa rumore una grande fabbrica che chiude, muoiono in silenzio invece centinaia di piccolissime imprese. O anche non troppo piccole: penso a Automatic, Tirrenauto, Giolfo. Già queste tre realtà "valgono" una fabbrica. Mi colpisce anche il fatto che nessuna voce (o quasi) si sia alzata per la chiusura del "Corriere di Livorno": senza contare quei lavoratori che hanno perso il posto».  Reagire ma come?  «Mi sembra che talvolta l'amministrazione locale nel suo insieme, cioè sindaco e giunta ma anche il consiglio comunale, si impanchino a discutere di cose che lasciano il tempo che trovano. Basta vedere quanti bussano alla Caritas per capire che non è più sufficiente rattoppare i guai, serve un progetto complessivo di città. E in questa bufera è stato un errore aver lasciato per mesi il Comune senza assessore al sociale: ho grande stima di Gabriele Cantù, è una persona di valore con forte sensibilità umana ma rischia di rimanere stritolato da una situazione che si aggrava un giorno dopo l'altro».  Davvero la Chiesa non ha niente da rimproverarsi su questo versante?  «Bisognerebbe imparare ad accompagnare le difficoltà altrui: guardando ai poveri non come a una categoria bensì singolarmente perché ciascuno ha nome e cognome. Non sono cifre dentro una statistica ma persone. L'attenzione agli ultimi è la chiave di una nuova evangelizzazione, altrimenti ci si intestardisce sulla morale sessuale e basta».  E la politica, cosa può fare?  «Prima di tutto riprendere il contatto fra chi guida la città e la gente: guardi che non parlo di singoli, c'è troppa gente dentro il Palazzo che si occupa soprattutto delle logiche del Palazzo. Bisognerebbe riaprirsi alla fatica del contatto con i cittadini».  E' una accusa destinata al sindaco Cosimi?  «Da un lato, le ripeto che non è una questione di singoli. Dall'altro, le rispondo di sì. Lo faccio a malincuore perché conosco e stimo Alessandro Cosimi da sempre».  La speranza non c'è ma neanche lei ne diffonde granché...  «Vorrei che Livorno imitasse la Vespucci: appena arriva il vento, spalanchi le vele, le faccia gonfiare e punti al largo».

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di Redazione web