Gioco
Matteoli sfida Cosimi: «Piccini mai, piuttosto mando un ammiraglio»
Cristiano Meoni
«Quello mi voleva mandare in galera ed è pure indagato per una storia di finta residenza. In porto serve un ricambio»
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LIVORNO. «Piccini mi voleva mandare in galera». E poi: «Ma vi pare che possa nominare uno che è indagato per una storia di finta residenza per intascare mille euro in più al mese?». Il ministro dei trasporti Altero Matteoli mette da parte la sua abituale misura e, con una franchezza che ha stupito persino i suoi, spiega perchè non nominerà mai Roberto Piccini presidente dell'Autorità Portuale.
Mercoledì, contattato dal Tirreno, non aveva voluto commentare le vicende dell'Authority e ancora ieri sera ha preferito sorvolare. Ma ieri mattina ha parlato su «La Nazione», con facondia. Avvertendo che, se il Comune farà ricorso contro la bocciatura della terna - come annunciato dal sindaco - «un istante dopo nominerò il commissario». Un ammiraglio. Forse il comandante della capitaneria Dell'Anna o forse Pollastrini.
Due mondi antitetici. Piccini che rappresenta il potere rosso che ha sempre governato le banchine, Matteoli a cui si affida la destra portuale e anti-Compagnia. I due si intravedono nel 1990, l'uno consigliere comunale del Pci, l'altro del Msi. Poi si ritrovano su fronti opposti nel 2005, con Matteoli che si prodiga per la nomina di Bruno Lenzi (salvo prenderne le distanze dopo aver appreso le sue malefatte) e Piccini già in campo per la stessa poltrona. Agli inizi del 2008 Piccini, nominato presidente dell'Authority dal governo di centrosinistra, invia un esposto alla magistratura sul carteggio di Lenzi, ritrovato in un armadietto dell'Authority, e fa il nome di Matteoli. Che, diventato poco dopo ministro, e per giunta ai trasporti, se la lega al dito.
«Tutti, meno Piccini» dice a Rossi lunedì scorso, perchè Piccini rappresenta tutto quello che ha avversato per trent'anni. E respinge la candidatura appellandosi al criterio della «rotazione degli incarichi». «Sono 50 anni che la famiglia Piccini governa il porto. Se uno, cioè io che sono il ministro, chiede un cambiamento sarà forse lesa maestà?» spiega ora Matteoli, senza nascondersi dietro a cavilli. E poi, aggiunge, «vi pare che possa nominare un signore che ha un avviso di garanzia, sotto inchiesta per un'antipatica storia di finta residenza fatta per intascare mille euro in più al mese di "trasferte" oltre al più che sostanzioso stipendio?».
Il ministro è solitamente pacato, ragionevole, conciliante ma non dimentica. «Appena insediato Piccini andò a destra e a manca a raccattare le carte del caso Lenzi e poi ha spedito tutto alla Procura per danneggiarmi. Gli sarebbe piaciuto mandarmi in galera». No pasaran, dice insomma Matteoli. Infastidito dalle reazioni alla bocciatura («tutti attacchi contro di me») e minaccioso con il sindaco: «Vuole fare ricorso? Che s'azzardi pure e io un istante dopo nominerò il commissario».
Mercoledì, contattato dal Tirreno, non aveva voluto commentare le vicende dell'Authority e ancora ieri sera ha preferito sorvolare. Ma ieri mattina ha parlato su «La Nazione», con facondia. Avvertendo che, se il Comune farà ricorso contro la bocciatura della terna - come annunciato dal sindaco - «un istante dopo nominerò il commissario». Un ammiraglio. Forse il comandante della capitaneria Dell'Anna o forse Pollastrini.
Due mondi antitetici. Piccini che rappresenta il potere rosso che ha sempre governato le banchine, Matteoli a cui si affida la destra portuale e anti-Compagnia. I due si intravedono nel 1990, l'uno consigliere comunale del Pci, l'altro del Msi. Poi si ritrovano su fronti opposti nel 2005, con Matteoli che si prodiga per la nomina di Bruno Lenzi (salvo prenderne le distanze dopo aver appreso le sue malefatte) e Piccini già in campo per la stessa poltrona. Agli inizi del 2008 Piccini, nominato presidente dell'Authority dal governo di centrosinistra, invia un esposto alla magistratura sul carteggio di Lenzi, ritrovato in un armadietto dell'Authority, e fa il nome di Matteoli. Che, diventato poco dopo ministro, e per giunta ai trasporti, se la lega al dito.
«Tutti, meno Piccini» dice a Rossi lunedì scorso, perchè Piccini rappresenta tutto quello che ha avversato per trent'anni. E respinge la candidatura appellandosi al criterio della «rotazione degli incarichi». «Sono 50 anni che la famiglia Piccini governa il porto. Se uno, cioè io che sono il ministro, chiede un cambiamento sarà forse lesa maestà?» spiega ora Matteoli, senza nascondersi dietro a cavilli. E poi, aggiunge, «vi pare che possa nominare un signore che ha un avviso di garanzia, sotto inchiesta per un'antipatica storia di finta residenza fatta per intascare mille euro in più al mese di "trasferte" oltre al più che sostanzioso stipendio?».
Il ministro è solitamente pacato, ragionevole, conciliante ma non dimentica. «Appena insediato Piccini andò a destra e a manca a raccattare le carte del caso Lenzi e poi ha spedito tutto alla Procura per danneggiarmi. Gli sarebbe piaciuto mandarmi in galera». No pasaran, dice insomma Matteoli. Infastidito dalle reazioni alla bocciatura («tutti attacchi contro di me») e minaccioso con il sindaco: «Vuole fare ricorso? Che s'azzardi pure e io un istante dopo nominerò il commissario».
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