Il Tirreno

Livorno

Il figlio di Benvenuti «Vi racconto io chi era mio padre»

Marco Benvenuti
Benvenuti: a sinistra a Las Vegas, in alto in una foto anni ’80
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Benvenuti: a sinistra a Las Vegas, in alto in una foto anni ’80

Stasera il sindaco Cosimi ne commemorerà la figura aprendo il consiglio comunale

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 LIVORNO. Stasera, in apertura del consiglio comunale, il sindaco Cosimi commemorerà la figura di Roberto Benvenuti, prima sindaco della nostra città (dall'85 per 7 anni) e poi senatore, morto a Las Vegas. La salma sarà cremata in America, poi la famiglia deciderà dove collocare le ceneri. Pubblichiamo qui la bellissima lettera con cui Benvenuti viene ricordato dal figlio Marco, da anni negli States. Non sono stato certo un figlio semplice, o come dire "comune". In molti mi avrebbero voluto laureato a Pisa, sposato prima dei trenta con prole: questo non ero io. Il mio babbo questo lo capì presto, quando ancora ero un teenager al Liceo Niccolini Guerrazzi. Lui mi ha sempre incoraggiato a prendere la mia strada, non importa quanto diversa o lontana.  Potrei scrivere un libro intero sul mio babbo, su tutto quello che ha fatto per me, sui suoi valori, la sua integrità morale, le sue passioni. Per ora mi sento solo di descrivere alcuni momenti della nostra vita insieme: 34 anni che purtroppo sono passati troppo in fretta.  Quando avevo 8 anni, un giorno arrivò a casa dal lavoro. Mi dette un bacino come sempre e mi mise a sedere sul divano. Mi disse: «Sai Marco, potrei diventare sindaco di Livorno, tu che ne pensi? Dovrò lavorare molto e non essere sempre a casa». Io rigonfio di orgoglio e contentezza cominciai a saltellare e lo invitai a cogliere al volo l'opportunità. Quando diventò sindaco iniziò anche la nostra passione per lo sport. Mi portò ad una partita al Pala Allende. Entrambi rimanemmo folgorati dal gioco, dal pubblico, dalla passione. Come dimenticare il modo in cui ci abbracciammo dopo il canestro di Forti? Come non ricordare le innumerevoli volte in cui mi ha trattenuto per la collottola per non farmi fare invasione di campo?  Dopo qualche anno diventò senatore. Io ero un liceale e cominciavo a capire un po' di piu' della politica e del suo sottobosco. Erano anni di grande transizione, molte cose mi sfuggivano. Non capivo per esempio perché in molti lo etichettavano come "pollo d'allevamento", "strumento" del partito. Lui la vita l'aveva sì data al partito, ma perché credeva in un ideale, in uno stile di vita, in un modello diverso di società. A tutt'oggi mi è difficile capire queste persone.  Un giorno poi fu a sorpresa spostato a Grosseto. Lo vidi deluso, amareggiato. Capì che la sua stagione era finita. Il suo stato d'animo però non era turbato per quello; diceva sempre che non si può fare i politici a vita. Quello che lo disturbò fu sentirsi tradito da persone che considerava amici, non perché lo volessero emarginare, ma per il modo in cui si svolsero le cose. In quel momento si rese conto che tutti i suoi ideali e convinzioni non erano più parte della politica italiana nemmeno nella "rossa" Livorno.  Se ne fece presto una ragione e si dedicò all'altra grande passione della sua vita, lo studio della filosofia. Lui non si era mai laureato, mancava solo la tesi che non era stata mai completata. Andò a Pisa, e in poco tempo completò la sua tesi su "Elitismo e democrazia".  Io intanto avevo deciso di espatriare. Di andare negli Usa. Livorno mi stava un po' stretta. Babbo mi prendeva sempre in giro suggerendomi di trovare un posto all'Asa e fare una vita tranquilla. Nonostante le battute era sempre lì, spiritualmente, moralmente e finanziariamente per farmi realizzare il mio sogno. Veniva spesso a trovarmi soggiornando per lunghi periodi. Si iscrisse a scuola per imparare l'inglese, si integrò nella vita Usa studiandone vizi e virtù.  Poi un giorno la notizia. Mi chiamò dall'Italia e mi disse: «Marco, ho un tumore. Non ti preoccupare perché mi hanno già operato». Me lo ricordo bene quel giorno. Avevo appena ricevuto la promozione a dirigente esecutivo che sognavo da tempo. Non ci fu tempo di festeggiare. La vita alle volte fa di questi scherzi. Un anno dopo mentre mi stavo preparando per venire a Livorno in vacanza mi mandò un email. Nel terribile messaggio mi confidava che il tumore era tornato e non era operabile.  Arrivai a Livorno, ero molto spaventato. La nostra grande passione, il Livorno calcio, si giocava la promozione in serie A con il Brescia. Trovai due biglietti di gradinata. Mentre entravano allo stadio ci guardammo negli occhi sperando in una serata magica da ricordare per sempre. Sapevamo dentro di noi che forse quella sarebbe stata l'ultima volta allo stadio insieme. Ci abbracciammo al gol di Diamanti, come 20 anni prima, questa volta ci scese qualche lacrima. Qualche mese dopo tornò a Las Vegas, per provare delle cure sperimentali che non erano disponibili in Italia. I medici mi dissero che avrebbe avuto 6-8 mesi al massimo. Lasciai il lavoro, per stare con lui. 13 mesi insieme: babbo, mamma e il mio cane Zena. Poi la fine inevitabile. Non ho solo perso il mio babbo, ho perso il mio migliore amico.

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di Redazione web