Il Tirreno

Livorno

Basta con il mito del pub, sogno un nuovo ingegnere fra Marte e Rinascimento

Mauro Zucchelli
<b>FONDATORE. </b>Valfredo Zolesi presidente della Kayser
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FONDATORE. Valfredo Zolesi presidente della Kayser

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 LIVORNO. Chissà se il previsto sbarco di un astronauta su Marte nel 2030 lo vedremo in diretta dallo spazio nel quartier generale della Kayser, com'è stato per la missione di Paolo Nespoli sulla Stazione spaziale internazionale. Intanto però l'azienda aerospaziale livornese che ha sede all'ex Barcas ha messo già lo zampino nella lunghissima fase in cui il sistema scientifico-industriale del pianeta sta prendendo la rincorsa per quest'avventura.  La Kayser si occupa di una apparecchiatura che dovrà rilevare la presenza di vita sul "pianeta rosso". Come? Bucando il terreno per compiere carotaggi che dicano cosa c'è nel sottosuolo marziano. La difficoltà sta nel fatto che i campioni di terreno verranno analizzati là anziché qui, guidando le operazioni a oltre 50 milioni di chilometri di distanza...  Ma i marziani con la testa verde e gli occhi ad antenna, cosa c'entrano con la Livorno che verrà? Entrambi declinano i verbi al futuro, ma il dato reale è che quel futuribile si comincia a costruire da oggi con gli ingegneri (livornesi) di oggi. Parola di Valfredo Zolesi, fondatore della Kayser Italia: 40 addetti, in buona parte laureati, al lavoro per la Nasa e le grandi agenzie spaziali del pianeta.  Prima domanda: la materia prima. Ma i "cervelli" ci sono?  «Eccome se ci sono: ricevo ogni giorno 4-5 curriculum. Posso dire con cognizione di causa che lo standard formativo delle università a noi più vicine è molto alto. Anche se...».  Anche se cosa?  «C'è un test semplice semplice: a cinque anni dalla loro nascita, le imprese start-up nate dalla costola della ricerca all'Università di Pisa, alla Scuola superiore Sant'Anna o alla Scuola Normale sono sempre le stesse. Se a quel punto non hai preso il volo significa che qualcosa non funziona».  Dunque, non si tratta di questi grandi cervelli...  «Al contrario, parlo di menti brillanti, talvolta brillantissime: solo che la loro (ottima) formazione si concentra sull'oggetto delle loro ricerche e stop. La realtà non funziona così: non hai solo da saper far bene quel che sai fare, devi anche usarlo per intercettare le domande che emergono dal tuo "mondo". Devi, in una parola, farti anche imprenditore».  Ma che c'entra con gli ingegneri?  «E' indispensabile che nel curriculum di un ingegnere ci sia anche una forte attenzione alla componente economico-organizzativa. Negli States esiste un modo di dire forse un po' ingeneroso verso i fisici: i fisici e gli ingegneri mandano tutti e due i missili sulla Luna, solo che gli ingegneri cercano di farlo con 100 milioni di dollari in meno».  Tradotto in concreto?  «Un ingegnere bravissimo a progettare antenne innovative di ultima generazione o sa con chi mettersi in relazione (e come fare un piano d'impresa) o rischia di non venderne nemmeno una».  A Livorno c'è anche un problema di "clima"?  «Il "clima", come lo chiama lei, è riassumibile così. Primo esempio: mi piace la vita by night e apro un pub con i soldi della liquidazione di mio padre. Secondo esempio: provo a vendere polizze (o elettrodomestici), ma mi limito a fare il giro di tutti i parenti...».  Non è così che si costruisce il domani della propria attività, dice lei.  «Bisogna rovesciare il cannocchiale: partire dalle proprie capacità sì ma per dare risposta a un bisogno che esiste, da un intoppo magari tecnico-scientifico che dev'essere risolto. Faccio un salto per guardare al Compo-Lab...».  Il laboratorio creato dalle istituzioni pubbliche per far mettere radici alle multinazionali dell'indotto auto.  «Il rischio è di aggiungere un centro studi ad altri centri studi: se si fa un laboratorio su qualcosa che già esiste finisce che semplicemente si prenda il lavoro che fa qualcun altro. In quel campo ilo problema oggi è l'integrazione fra meccanica ed elettronica. Una domanda che merita una risposta: come riduco il numero di cavi e connettori in un dato spazio?».  Scusi, lei sembra voler schiacciare sul business l'innovazione.  «Pensare che l'innovazione nasca semplicemente evocandola è un atteggiamento un po' parastatale. Non basta dire: ora facciamo innovazione e ricerca oppure destiniamo ad esse un tot di quattrini. Il vero motore dell'economia? E' un progetto che abbia un alto contenuto di sfida. Se mi butto in un progetto molto difficile, sono obbligato a mettere in campo tutto il meglio di ricerca, innovazione e tecnologia che ho».  Non mi vorrà far credere che, in concreto, gli imprenditori si comportano sempre così...  «E' vero, lo ammetto. Se lavoro in una ditta di estintori, posso mettermi in proprio: ma questa è una logica solo commerciale, modifica la ripartizione di una torta (il mercato) che resta quella. Io invece penso a un imprenditore che non si limiti ad aprir bottega ma, facciamo una ipotesi, escogiti un modo diverso di affrontare il fuoco».  Roba da libro dei sogni.  «Non sono un filosofo né un artista ma, lo dico da ingegnere, la componente di "sogno" è essenziale. Certo, forse il "baco" è nella mela fin dall'inizio: la parola "intra-prendere" dà l'idea di un "arraffare dentro", se fossi un linguista inventerei qualcosa che, al contrario, abbia a che fare con il "fra-dare"».  Belle parole: ma cosa hanno a che fare con il suo lavoro?  «Abbiamo analizzato chi faceva cosa: come, con quali problemi. Ci siamo detti: cosa sappiamo fare noi? quali tecnologie abbiamo o possiamo arrivare ad avere per risolvere i problemi? La Kayser ora lancerà in orbita anche con i cinesi, saremo i primi a farlo. Cosa abbiamo fatto? Nient'altro che questo: abbiamo visto che la domanda di esperimenti in orbita è molto forte mentre sono scarse le possibilità di avere a disposizione un lancio. E siamo andati a cercare chi poteva fare lanci anche senza che fosse, come al solito, americano o russo».  Lei sembra pronosticare una mutazione quasi antropologica nella figura dell'ingegnere.  «E' l'emblema del Rinascimento che ormai è qui, siamo sulla soglia. Racchiude in sé questa capacità di alta specializzazione con una ampia visione d'insieme. Ai ragazzi dico: imparate benissimo inglese e matematica. E' lì la pianta che può farvi crescere. Come persone. E come ingegneri».

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di Redazione web