Gioco
Il vescovo: Livorno mia, rialzati
Mauro Zucchelli
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IL VESCOVO ARCHITETTO. A sinistra: ad una conferenza sugli anziani in Camera di Commercio. Sopra: a bordo di una motovedetta della CapitaneriaPrg portuale, casa, lavoro, famiglia: la strigliata del monsignore-architetto
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LIVORNO. Difficile trovare un vescovo che, in una lettera alla gente della sua città (anche a quella più lontana dalle sacrestie), si prenda la briga di iniziare partendo dal "Vernacoliere" anziché dai grandi santi o dalla Bibbia. Difficile: anche perché quelle locandine del giornale satirico così poco clericale riguardavano proprio lui, il vescovo pisano, che apre la missiva scherzando: «La Madonna non è scappata e i livornesi non sono diventati musulmani». Insomma, invece di nascondere l'inflessione pisana, l'ha messa in piazza fin dal primo momento ed è diventato un primo legame fra «allegri scambi di battute».
La lunghissima "lettera ai livornesi" - pubblicata dal giornale diocesano "La Settimana" sotto il titolo "Una storia nuova" - non è affatto un mazzolino di convenevoli a tre anni dall'inizio del suo episcopato a Livorno: c'è molta voglia di partecipare alla costruzione della città. Nessuna sventagliata di citazioni bibliche ma i valori ecclesiali sono la filigrana che lo porta a prendere di petto i temi civici. A viso aperto: non ripete esplicitamente l'invito a far decollare «un nuovo Rinascimento», come ha detto in passato, però è quello l'orizzonte quando parla dell'ambizione di Livorno come «città ideale».
LA LETTERA
Il vescovo-architetto parla di famiglia. Ma la aggancia al diritto alla casa. E’ un pallino del vescovo-architetto fin dal primo giorno in cui ha messo piede in duomo. E’ uno dei passaggi-chiave della lettera che consegnerà anche alle autorità il 23 dicembre, alla presentazione della “Madonna dei popoli”, la statua che sarà collocata all’imboccatura del porto. Stavolta lo declina in due modi. L’uno: il proliferare di licenze edilizie per fare a fette i vecchi alloggi e trasformarli in monolocali deriva sì dall’aumento di persone che vivono sole, ma rischia di ridurre in centro l’offerta per le famiglie. L’altro: benché Livorno abbia «uno dei più vasti patrimoni di edilizia pubblica», vi è una fortissima domanda sociale di famiglie «non abbastanza povere da poter ottenere la casa popolare, ma neanche abbastanza ricche per potersi comprare un’abitazione o affittarla a prezzi di mercato».
Sos lavoro. La musica suona simile se si passa all’economia: anzi, al lavoro. Giusti sottolinea tre elementi. Il primo è «la crisi delle grandi imprese manifatturiere e il fallimento della grande cantieristica»: è indispensabile puntare su «nuove imprese, soprattutto quelle a tecnologia avanzata, che offrono opportunità ai tanti giovani» con «livello elevato di istruzione». Il secondo è il porto: è l’ora di dare alle banchine il nuovo piano regolatore. La terza è per il turismo: può essere «una grande risorsa di sviluppo».
Non basta il Pil. «Una civiltà ha futuro se viene promossa l’esperienza integrale della persona», dice il presule. Ma da dove partire? Se il primo tasto sul quale insiste Giusti è la famiglia non è in virtù del vecchio catechismo da parroco. Ne fa semmai la chiave per «la maturazione affettiva della persona», che si regge su due pilastri: da un lato, «il peso insostituibile dell’altro che educa al necessario distacco da sé» e, dall’altro, «l’imprescindibile positività dei legami». E qui torna a ripetere che il modello vero è quello della «famiglia fondata sul matrimonio indissolubile fra un uomo e una donna, aperta alla procreazione». Le istituzioni devono «custodirla e promuoverla» mediante «politiche adeguate», senza cedere alla «tentazione di equipararla ad altre convivenze».
La strigliata. I poteri pubblici vengono chiamati in causa anche di fronte ad altri soggetti sociali. Ad esempio, le donne: «Quanto viene fatto in concreto per la dissuasione delle donne che si recano nelle strutture pubbliche per abortire? Quale sostegno psicologico e sociale si offre loro affinché l’unica scelta non sia la rinuncia al figlio?». Ad esempio, gli anziani: esplode il problema dell’assistenza domiciliare ai non autosufficienti (accompagnato ora dal «grande valore umano» per «la presenza di tanti immigrati che operano in città come badanti»). Con una sottolineatura dedicata alla difesa del valore della scuola cattolica («a Livorno ha «una storia e un ruolo» importanti ma fa fatica a reggere «sia per i costi crescenti sia perché le risorse pubbliche che la sostengono sono sempre più ristrette ed elargite con grande ritardo»).
Bufera sul presente. Nella sua letterona, Giusti aveva preso la rincorsa dai venti di bufera che soffiano sul presente. Eccone alcuni: 1) il numero degli abitanti in «costante diminuzione» e in «progressivo invecchiamento»; 2) la «fuga dei giovani più promettenti e più istruiti che non trovano sbocchi occupazionali adeguati»; 3) la «carenza del senso di responsabilità sociale per il radicarsi di una mentalità che aspetta sempre dalle istituzioni la risposta ai problemi»; 4) la fragilità delle famiglie; 5) le difficoltà della piccola impresa; 6) le «nuove forme di povertà e emarginazione»; 7) la «crescente presenza» di immigrati, chiesta dal mondo del lavoro ma osteggiata dalla «grave fatica della popolazione ad accogliere il diverso». Il vescovo punzecchia i livornesi su uno dei dati-chiave della loro identità: la tolleranza «difesa ad oltranza» che «in realtà spesso è indifferenza».
Come uscirne? Il presule striglia Livorno richiamandola a ricordarsi quanto rimase «atterrita, spaventata, impotente» di fronte alla furia del terremoto del 1742 (e al conseguente affidarsi alla Madonna di Montenero». Tutta l’ultima parte della lettera riguarda, in 6 punti, il ruolo che la Chiesa vuol recitare in questa “nuova storia”: serve una «fede che sia consapevolmente missionaria». In nome delle cinque parole che chiudono la lettera: «Protagonisti di una storia nuova».
La lunghissima "lettera ai livornesi" - pubblicata dal giornale diocesano "La Settimana" sotto il titolo "Una storia nuova" - non è affatto un mazzolino di convenevoli a tre anni dall'inizio del suo episcopato a Livorno: c'è molta voglia di partecipare alla costruzione della città. Nessuna sventagliata di citazioni bibliche ma i valori ecclesiali sono la filigrana che lo porta a prendere di petto i temi civici. A viso aperto: non ripete esplicitamente l'invito a far decollare «un nuovo Rinascimento», come ha detto in passato, però è quello l'orizzonte quando parla dell'ambizione di Livorno come «città ideale».
LA LETTERA
Il vescovo-architetto parla di famiglia. Ma la aggancia al diritto alla casa. E’ un pallino del vescovo-architetto fin dal primo giorno in cui ha messo piede in duomo. E’ uno dei passaggi-chiave della lettera che consegnerà anche alle autorità il 23 dicembre, alla presentazione della “Madonna dei popoli”, la statua che sarà collocata all’imboccatura del porto. Stavolta lo declina in due modi. L’uno: il proliferare di licenze edilizie per fare a fette i vecchi alloggi e trasformarli in monolocali deriva sì dall’aumento di persone che vivono sole, ma rischia di ridurre in centro l’offerta per le famiglie. L’altro: benché Livorno abbia «uno dei più vasti patrimoni di edilizia pubblica», vi è una fortissima domanda sociale di famiglie «non abbastanza povere da poter ottenere la casa popolare, ma neanche abbastanza ricche per potersi comprare un’abitazione o affittarla a prezzi di mercato».
Sos lavoro. La musica suona simile se si passa all’economia: anzi, al lavoro. Giusti sottolinea tre elementi. Il primo è «la crisi delle grandi imprese manifatturiere e il fallimento della grande cantieristica»: è indispensabile puntare su «nuove imprese, soprattutto quelle a tecnologia avanzata, che offrono opportunità ai tanti giovani» con «livello elevato di istruzione». Il secondo è il porto: è l’ora di dare alle banchine il nuovo piano regolatore. La terza è per il turismo: può essere «una grande risorsa di sviluppo».
Non basta il Pil. «Una civiltà ha futuro se viene promossa l’esperienza integrale della persona», dice il presule. Ma da dove partire? Se il primo tasto sul quale insiste Giusti è la famiglia non è in virtù del vecchio catechismo da parroco. Ne fa semmai la chiave per «la maturazione affettiva della persona», che si regge su due pilastri: da un lato, «il peso insostituibile dell’altro che educa al necessario distacco da sé» e, dall’altro, «l’imprescindibile positività dei legami». E qui torna a ripetere che il modello vero è quello della «famiglia fondata sul matrimonio indissolubile fra un uomo e una donna, aperta alla procreazione». Le istituzioni devono «custodirla e promuoverla» mediante «politiche adeguate», senza cedere alla «tentazione di equipararla ad altre convivenze».
La strigliata. I poteri pubblici vengono chiamati in causa anche di fronte ad altri soggetti sociali. Ad esempio, le donne: «Quanto viene fatto in concreto per la dissuasione delle donne che si recano nelle strutture pubbliche per abortire? Quale sostegno psicologico e sociale si offre loro affinché l’unica scelta non sia la rinuncia al figlio?». Ad esempio, gli anziani: esplode il problema dell’assistenza domiciliare ai non autosufficienti (accompagnato ora dal «grande valore umano» per «la presenza di tanti immigrati che operano in città come badanti»). Con una sottolineatura dedicata alla difesa del valore della scuola cattolica («a Livorno ha «una storia e un ruolo» importanti ma fa fatica a reggere «sia per i costi crescenti sia perché le risorse pubbliche che la sostengono sono sempre più ristrette ed elargite con grande ritardo»).
Bufera sul presente. Nella sua letterona, Giusti aveva preso la rincorsa dai venti di bufera che soffiano sul presente. Eccone alcuni: 1) il numero degli abitanti in «costante diminuzione» e in «progressivo invecchiamento»; 2) la «fuga dei giovani più promettenti e più istruiti che non trovano sbocchi occupazionali adeguati»; 3) la «carenza del senso di responsabilità sociale per il radicarsi di una mentalità che aspetta sempre dalle istituzioni la risposta ai problemi»; 4) la fragilità delle famiglie; 5) le difficoltà della piccola impresa; 6) le «nuove forme di povertà e emarginazione»; 7) la «crescente presenza» di immigrati, chiesta dal mondo del lavoro ma osteggiata dalla «grave fatica della popolazione ad accogliere il diverso». Il vescovo punzecchia i livornesi su uno dei dati-chiave della loro identità: la tolleranza «difesa ad oltranza» che «in realtà spesso è indifferenza».
Come uscirne? Il presule striglia Livorno richiamandola a ricordarsi quanto rimase «atterrita, spaventata, impotente» di fronte alla furia del terremoto del 1742 (e al conseguente affidarsi alla Madonna di Montenero». Tutta l’ultima parte della lettera riguarda, in 6 punti, il ruolo che la Chiesa vuol recitare in questa “nuova storia”: serve una «fede che sia consapevolmente missionaria». In nome delle cinque parole che chiudono la lettera: «Protagonisti di una storia nuova».
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