Il Tirreno

Livorno

Schiave della prostituzione

Lara Loreti
Schiave della prostituzione

Ventitré permessi di soggiorno per riscattarle

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 LIVORNO. Ventitrè ragazze tolte dalla strade e reinserite nella società grazie a un percorso di integrazione. Negli ultimi anni la Questura di Livorno ha emesso 23 permessi di soggiorno mirati, previsti dalle legge proprio per persone ridotte in schiavitù che vogliono cambiar vita. Il numero è aumentato negli ultimi cinque anni. E grazie all'impegno dell'Immigrazione e della Provincia, complice anche il passaparola, sempre più immigrati riescono ad uscire dal tunnel della schiavitù. Si tratta soprattutto di prostitute. È il popolo delle schiave, quasi tutte ragazze nigeriane (più una del Ghana), trav i 20 e i 30 anni, che vengono portate in città per essere sfruttate. Umiliate e messe con le spalle al muro. Ricattate e infine costrette a prostituirsi. Ma alcune di loro ce l'hanno fatta. Alcune sono state avvicinate dalla polizia e dalle associazioni legate alla Provincia che lavorano per le donne; altre hanno chiesto aiuto spontaneamente. E alla fine si sono riscattate e ora stanno provando a cancellare le sofferenze del passato e a iniziare una nuova vita.  Di questo, e non solo, si è parlato nei giorni scorsi in un convegno, che si è svolto al Palazzo Granducale, a cui hanno preso parte il dirigente dell'Immigrazione della questura, Walter Delfino, rappresentanti della Provincia e alcune donne che hanno dato la propria testimonianza. Da tempo la Provincia collabora con gli enti istituzionali (fra cui Comune, forze dell'ordine, Asl, Diocesi e associazioni) che hanno costituito la cosiddetta rete territoriale contro lo sfruttamento, la tratta delle persone e le nuove schiavitù.  «Schiave non sono solo le prostitute - spiega Delfino - ma anche tutte quelle persone che vengono sfruttate e private della propria libertà». Qualche esempio? «Penso al fenomeno del caporalato: soprattutto nell'edilizia, a volte accade che operai vengano attirati dalla chimera di un buon stipendio e invece poi vengano costretti a lavorare per paghe misere e in condizioni non sicuri - spiega il dirigente dell'Immigrazione - Tra gli schiavi ci sono anche minori costretti a chiedere l'elemosina, donne obbligate a rubare e così via». Tra le giovani salvate in città c'è anche un'africana che ha attraversato il deserto, scappando dal suo Paese dove c'era la guerra civiel, alimentandosi con l'urina. Ma la fetta più grossa delle schiave, a Livorno, sono le nigeriane. «Queste giovani vengono private dei documenti - dice Delfino - a volte anche obbligate a firmare dei fogli in cui viene messa un'ipoteca sulle case delle loro famiglie di origine. E loro devono impegnarsi a pagare questo "debito": inizia così una spirale di sfruttamento che non finisce mai».

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di Redazione web