Gioco
«Ospedale, avanti tutta»
Alessandro Cosimi a tutto campo: l’ospedale, l’incertezza sui soldi della Sat per le compensazioni, il futuro dell’amministrazione, il progetto per la discarica al Limoncino, il nuovo piano strutturale e i problemi della politica, con l’eventualità ancora in piedi delle elezioni anticipate nella prossima primavera. Ieri il sindaco Cosimi, accompagnato dal capo ufficio stampa del Comune Gabriella Guidi, ha partecipato a un forum promosso dal nostro giornale e svoltosi in redazione. Per Il Tirreno erano presenti il direttore Roberto Bernabò, il capocronista Andrea Lazzeri, il vicecapocronista Alessandro Guarducci e i redattori della cronaca Roberto Cestari, Luciano De Majo e Lara Loreti.
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In questi ultimi tempi Livorno è finita sui Tg per la rissa con i romeni, i fischi allo stadio, i problemi dell’economica e le querelle delle bandiere rosse. Questa è l’immagine della città e la sua realtà. Come superarla?
«Ciò che dobbiamo superare è un problema economico culturale tipico della nostra città, dove oggi tutto si addensa intorno al Comune. Bisogna invece che ognuno sappia assumersi con chiarezza il suo ruolo e le sue responsabilità, e la politica deve saper governare l’innovazione anche a costo di rompere con alcuni elementi di tradizione».
Che cosa intende quando parla di innovazione?
«La città deve accettare il dato della competitività, non solo al suo interno, ma anche all’esterno. Se è innegabile che per certi versi dipendiamo, come per le infrastrutture, da quello che viene deciso e fatto altrove - è il caso dell’alta velocità che avrebbe dovuto collegare il nostro porto con le regioni europee - c’è il problema che Livorno è una città scissa: accanto a chi cerca una vera innovazione ci sono molti altri che guardano all’indietro pensando che “si stava meglio quando si stava peggio”. Questo è un grave errore, bisogna invece dire chiaro e tondo che si stava peggio e basta. Oggi poi siamo alle prese con un mercato che, a volte, decreta la chiusura di un’azienda, come l’Inalfa, per motivi che esulano dalla produttività e la nostra sfida è cercare di sostituire con nuove aziende quelle che chiudono. C’è però un altro aspetto importante, che riguarda ad esempio la quantità di patrimonio pubblico distribuito in città, che rappresenta qualità della vita».
A cosa si riferisce?
«Faccio due esempi: i posti barca e le case popolari. Si tratta di casi nei quali il demanio, il pubblico si mette a disposizione della cittadinanza. In città ci sono 9.600 alloggi popolari: e se da noi il problema è recuperare la morosità, altrove il problema è che non ci sono alloggi pubblici. E riguardo a questo argomento ritengo che dobbiamo smettere di venderle, visto che per costruirne una nuova dobbiamo venderne tre. Quindi la vera sfida è coniugare l’innovazione con la protezione sociale. Ma aggiungo che dobbiamo anche smettere con l’autoironia distruttiva che spesso ci caratterizza, non si può risolvere tutto con un “bada lì” ma fare qualcosa di concreto, anche perché, ad esempio, il 14% dei giovani della nostra Toscana tra i 20 e i 29 anni non lavorano né studiano».
Parliamo ora del nuovo ospedale: se non arrivassero i soldi delle compensazioni per il Lotto zero si va avanti lo stesso con il progetto di Montenero?
«Le amministrazioni parlano attraverso gli atti e io ho mostrato ai consiglieri comunali l’atto formale, firmato dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi e dal ministro Matteoli, che garantiva le compensazioni. Quindi questi soldi, che sono soldi nostri, debbono arrivare, anche perché, al di là della questione ospedale, non possiamo non mettere in sicurezza la Variante Aurelia e dobbiamo tutelare il Romito e Quercianella. La situazione della Variante è sotto gli occhi di tutti: nel tratto fra l’inizio, a nord, e l’uscita di Salviano è troppo stretta, non risponde agli standard di sicurezza minimi. Ci sono gli svincoli d’immissione dalla Porta a terra che si concludono con gli stop. Ormai quella strada, costruita alla fine degli anni ’70, attrae flussi di traffico tali da non rendere più rinviabile la sua messa in sicurezza. Per non parlare del progetto del Nuovo centro, che ne farà un’arteria ancora più frequentata e trafficata».
Ma quanti soldi servono per non mandare all’aria i progetti dell’amministrazione?
«I soldi previsti ammontavano a 241 milioni, fra Livorno e Piombino per la realizzazione della strada 398. Io dico: tagliamo 100 milioni, ne restano 140, 70 per noi e 70 per Piombino. Con quei 70 milioni saremmo in grado di investirne 28 per realizzare il sottopasso del Corallo, altri 15 per la viabilità relativa all’ospedale e il resto, circa 27 milioni, per mettere in sicurezza la Variante Aurelia. Però sull’ospedale voglio aggiungere un’altra riflessione».
Faccia pure.
«L’iniziativa di ricorrere al Tar sul referendum non è certo un gesto che va nel senso della partecipazione, e oltretutto si è potuto vedere che arriva da persone che sono state nelle amministrazioni per anni, poi si sono candidate alle elezioni amministrative ma sono state bocciate dagli elettori. Questo mentre noi, ad esempio, non abbiamo mai deligittimato chi vuole il referendum. Non abbiamo mai detto che chi la pensa diversamente da noi è un delinquente. Qui invece l’obiettivo è la paralisi della città. E a proposito del voto ai sediceeni, è stabilito espressamente nello statuto cittadino, e non si poteva certo fare altrimenti».
Ma si fa il referendum?
«Certo che si fa. Ma allo stesso tempo non posso fare a meno di notare come a Livorno ogni tentativo di portare un elemento di innovazione sia l’occasione per dare vita a uno scontro epocale».
Anche in giunta ci sono problemi sull’ospedale: Sinistra ecologia e libertà lascerà libertà di coscienza.
«Io mi occupo di problemi amministrativi, di quelli politici si occupano i partiti. Comunque ho grande rispetto per Sel, anche se in giunta non si sta per fare i portatori d’acqua ma nemmeno i corsari. E devo dire che l’assessore al traffico Maurizio Bettini, che rappresenta Sel in giunta, è davvero bravo e meriterebbe di essere più apprezzato anche dalla cittadinanza».
Anche l’Italia dei valori ha i suoi problemi con il vicesindaco Toncelli e la discarica del Limoncino.
«E’ un problema soprattutto loro».
Avrebbe un approccio differente se il Pd non avesse la maggioranza assoluta dei consiglieri?
«A me non appartiene proprio l’idea che si fa tutto con 21 consiglieri. Ricordo che anche quando il Pci aveva il 51% fece la giunta col Psi per garantire una pluralità di idee. Personalmente aprirei dei tavoli di discussione anche con le minoranze, visto che molti problemi non sono di una parte politica o dell’altra, ma sono della città. Purtroppo però spesso ci sono posizioni antitetiche per principio».
Questa discarica però è un bel problema.
«E’ un problerma della Provincia, che nasce soprattutto dal fatto che fino al 2007 in questi siti potevano essere conferiti solo gli inerti, poi si sono aggiunti i rifiuti non pericolosi, cioè contaminati ma sotto una certa soglia, e questo non tranquillizza certo la gente».
E quindi che consiglio darebbe a Kutufà per risolvere questo problema?
«Bisogna fare un tavolo cui prendano parte anche i cittadini e trovare una soluzione accettabile. Certo, bisogna anche tener conto della vocazione industriale del territorio: ad esempio, è chiaro che la gente ha diritto di chiedere che nella discarica non vengano conferiti i fanghi dell’escavo portuale prima di essere trattati, ma non che non ci vadano e basta. In ogni caso le istituzioni devono riconquistare la fiducia dei cittadini. Se la Provincia ha dei problemi a farlo possiamo occuparcene noi, basta che ci ceda, magari delegandocele, alcune prerogative. In ogni caso questioni di questa portata devono necessariamente passare dalla giunta e non essere affidate semplicemente ai tecnici: la politica in questi casi deve recuperare il suo ruolo».
C’è poi la questione del porto, con il ministro Matteoli che vuole assolutamente tre nomi prima di scegliere il presidente dell’Autorità portuale, e ha detto che non accetta imposizioni su Piccini.
«Non volere Piccini può essere normale da parte di Matteoli, ma questo è un suo giudizio. Dal punto di vista formale, invece Piccini ha dalla sua il fatto di essere già stato giudicato idoneo dalle commissioni di Camera e Senato: per non vederlo inserito nella terna il ministro dovrebbe dare delle motivazioni normative che invece non può indicare. Questa è una questione istituzionale e non politica, anche se per esempio il capogruppo dell’opposizione in consiglio comunale ha affermato il contrario, sbagliando di grosso. Se dagli Enti locali arrivano tre nomi che Matteoli non gradisce, l’unica cosa che può fare è commissariare l’Autorità portuale, prendendosene però la responsabilita. Come è avvenuto nell’ocasione precedente quando il ministro Lunardì insediò Lenzi come commissario. Matteoli può criticare Piccini, se lo ritiene può dire che non ha fatto abbstanza per innovare il porto, ma certo non può dire che non lo vuole perché è comunista».
Ma voi non avete ancora indicato il terzo nome, oltre a Piccini e Nardi.
«Ci siamo invece riuniti e abbiamo un’indicazione su una persona dabbene che completerà la terna, ma è chiaro che il nostro primo candidato è Piccini».
Senta, c’è anche il congresso del Pd che è alle porte. Lei da che parte sta?
«Da quella di chi vuole rafforzare il radicamento del partito. A livello nazionale, il mio rapporto con Walter Veltroni non è un mistero: è stato a lungo un punto di riferimento per me e posso dire che ogni tanto ci sentiamo ancora. Poi ho votato per Bersani: è una scelta su cui hanno influito molto i valori della mia storia politica».
Ma a livello locale è soddisfatta di come sia finita la vicenda? Non è dispiaciuto del fatto che Marida Bolognesi si sia ritirata dalla corsa alla segreteria cittadina?
«Lei viene da esperienze politiche non in linea con quelle che erano le tendenze dominanti in città, negli anni della sua gioventù. E mi è sembrato di percepire che molti abbiano rispolverato le armi di quell’epoca, di quando lei era critica verso di loro. Credo che questa diversità lei l’abbia pagata».
La porterà in giunta?
«A questo punto no. Gliel’ho chiesto, lei mi ha spiegato i percorsi che intendeva seguire, nel rapporto con il partito».
E questo feeling con Lamberti continua?
«Guardate, il fatto che si siano stemperate tensioni personali mi fa piacere, non lo nascondo. Non si può non capire che Gianfranco Lamberti col centrodestra non c’entra: ve lo immaginate uno con la sua storia a braccetto col Pdl, a Livorno poi? Io credo che voglia ritagliarsi uno spazio suo, autonomo. Penso che punti non a entrare nel Partito democratico, ma ad avere un ruolo suo con spazi di manovra autonomi, e in questo non ci trovo niente di male. Sia chiaro: è un processo suo, non gli ho promesso niente io né mi ha chiesto niente lui. Ci tengo a sottolinearlo, perché l’onorabilità delle persone è una cosa seria».
Non è detto che nella prossima primavera non ci siano le elezioni politiche anticipate. E secondo molte lei sarà candidato. Lei cosa dice?
«Io sono perché venga stabilito un criterio molto semplice, da parte del mio partito. E cioè che tutti i sindaci in scadenza non immediata, ma nel 2013 o 2014, siano mantenuti dentro il loro ruolo. Altrimenti si apre una situazione ingovernabile».
Punto e basta? Senza se e senza ma?
«Certo, se poi cominciasse una corsa irrefrenabile ad alcuni ruoli, servirebbe un criterio altrettanto chiaro per scegliere, per selezionare le candidature possibili».
Ma come può il Pd rinunciare a candidare i suoi sindaci, che sono gli esponenti più vicini ai cittadini?
«Capisco che possano esservi anche esigenze di questo tipo. Ma provo a essere più chiaro con un esempio concreto che ci tocca da vicino: entro la fine dell’anno discuteremo il documento per affidare l’incarico per la revisione degli strumenti urbanistici. È da presumere che su questo si scatenerà una battaglia politica vera in città. E davanti a una situazione come questa, è ipotizzabile che il sindaco saluti e se ne vada lasciando portare avanti le sue scelte a qualcun altro? Francamente, non riesco a immaginare uno scenario del genere».

«Ciò che dobbiamo superare è un problema economico culturale tipico della nostra città, dove oggi tutto si addensa intorno al Comune. Bisogna invece che ognuno sappia assumersi con chiarezza il suo ruolo e le sue responsabilità, e la politica deve saper governare l’innovazione anche a costo di rompere con alcuni elementi di tradizione».
Che cosa intende quando parla di innovazione?
«La città deve accettare il dato della competitività, non solo al suo interno, ma anche all’esterno. Se è innegabile che per certi versi dipendiamo, come per le infrastrutture, da quello che viene deciso e fatto altrove - è il caso dell’alta velocità che avrebbe dovuto collegare il nostro porto con le regioni europee - c’è il problema che Livorno è una città scissa: accanto a chi cerca una vera innovazione ci sono molti altri che guardano all’indietro pensando che “si stava meglio quando si stava peggio”. Questo è un grave errore, bisogna invece dire chiaro e tondo che si stava peggio e basta. Oggi poi siamo alle prese con un mercato che, a volte, decreta la chiusura di un’azienda, come l’Inalfa, per motivi che esulano dalla produttività e la nostra sfida è cercare di sostituire con nuove aziende quelle che chiudono. C’è però un altro aspetto importante, che riguarda ad esempio la quantità di patrimonio pubblico distribuito in città, che rappresenta qualità della vita».
A cosa si riferisce?
«Faccio due esempi: i posti barca e le case popolari. Si tratta di casi nei quali il demanio, il pubblico si mette a disposizione della cittadinanza. In città ci sono 9.600 alloggi popolari: e se da noi il problema è recuperare la morosità, altrove il problema è che non ci sono alloggi pubblici. E riguardo a questo argomento ritengo che dobbiamo smettere di venderle, visto che per costruirne una nuova dobbiamo venderne tre. Quindi la vera sfida è coniugare l’innovazione con la protezione sociale. Ma aggiungo che dobbiamo anche smettere con l’autoironia distruttiva che spesso ci caratterizza, non si può risolvere tutto con un “bada lì” ma fare qualcosa di concreto, anche perché, ad esempio, il 14% dei giovani della nostra Toscana tra i 20 e i 29 anni non lavorano né studiano».
Parliamo ora del nuovo ospedale: se non arrivassero i soldi delle compensazioni per il Lotto zero si va avanti lo stesso con il progetto di Montenero?
«Le amministrazioni parlano attraverso gli atti e io ho mostrato ai consiglieri comunali l’atto formale, firmato dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi e dal ministro Matteoli, che garantiva le compensazioni. Quindi questi soldi, che sono soldi nostri, debbono arrivare, anche perché, al di là della questione ospedale, non possiamo non mettere in sicurezza la Variante Aurelia e dobbiamo tutelare il Romito e Quercianella. La situazione della Variante è sotto gli occhi di tutti: nel tratto fra l’inizio, a nord, e l’uscita di Salviano è troppo stretta, non risponde agli standard di sicurezza minimi. Ci sono gli svincoli d’immissione dalla Porta a terra che si concludono con gli stop. Ormai quella strada, costruita alla fine degli anni ’70, attrae flussi di traffico tali da non rendere più rinviabile la sua messa in sicurezza. Per non parlare del progetto del Nuovo centro, che ne farà un’arteria ancora più frequentata e trafficata».
Ma quanti soldi servono per non mandare all’aria i progetti dell’amministrazione?
«I soldi previsti ammontavano a 241 milioni, fra Livorno e Piombino per la realizzazione della strada 398. Io dico: tagliamo 100 milioni, ne restano 140, 70 per noi e 70 per Piombino. Con quei 70 milioni saremmo in grado di investirne 28 per realizzare il sottopasso del Corallo, altri 15 per la viabilità relativa all’ospedale e il resto, circa 27 milioni, per mettere in sicurezza la Variante Aurelia. Però sull’ospedale voglio aggiungere un’altra riflessione».
Faccia pure.
«L’iniziativa di ricorrere al Tar sul referendum non è certo un gesto che va nel senso della partecipazione, e oltretutto si è potuto vedere che arriva da persone che sono state nelle amministrazioni per anni, poi si sono candidate alle elezioni amministrative ma sono state bocciate dagli elettori. Questo mentre noi, ad esempio, non abbiamo mai deligittimato chi vuole il referendum. Non abbiamo mai detto che chi la pensa diversamente da noi è un delinquente. Qui invece l’obiettivo è la paralisi della città. E a proposito del voto ai sediceeni, è stabilito espressamente nello statuto cittadino, e non si poteva certo fare altrimenti».
Ma si fa il referendum?
«Certo che si fa. Ma allo stesso tempo non posso fare a meno di notare come a Livorno ogni tentativo di portare un elemento di innovazione sia l’occasione per dare vita a uno scontro epocale».
Anche in giunta ci sono problemi sull’ospedale: Sinistra ecologia e libertà lascerà libertà di coscienza.
«Io mi occupo di problemi amministrativi, di quelli politici si occupano i partiti. Comunque ho grande rispetto per Sel, anche se in giunta non si sta per fare i portatori d’acqua ma nemmeno i corsari. E devo dire che l’assessore al traffico Maurizio Bettini, che rappresenta Sel in giunta, è davvero bravo e meriterebbe di essere più apprezzato anche dalla cittadinanza».
Anche l’Italia dei valori ha i suoi problemi con il vicesindaco Toncelli e la discarica del Limoncino.
«E’ un problema soprattutto loro».
Avrebbe un approccio differente se il Pd non avesse la maggioranza assoluta dei consiglieri?
«A me non appartiene proprio l’idea che si fa tutto con 21 consiglieri. Ricordo che anche quando il Pci aveva il 51% fece la giunta col Psi per garantire una pluralità di idee. Personalmente aprirei dei tavoli di discussione anche con le minoranze, visto che molti problemi non sono di una parte politica o dell’altra, ma sono della città. Purtroppo però spesso ci sono posizioni antitetiche per principio».
Questa discarica però è un bel problema.
«E’ un problerma della Provincia, che nasce soprattutto dal fatto che fino al 2007 in questi siti potevano essere conferiti solo gli inerti, poi si sono aggiunti i rifiuti non pericolosi, cioè contaminati ma sotto una certa soglia, e questo non tranquillizza certo la gente».
E quindi che consiglio darebbe a Kutufà per risolvere questo problema?
«Bisogna fare un tavolo cui prendano parte anche i cittadini e trovare una soluzione accettabile. Certo, bisogna anche tener conto della vocazione industriale del territorio: ad esempio, è chiaro che la gente ha diritto di chiedere che nella discarica non vengano conferiti i fanghi dell’escavo portuale prima di essere trattati, ma non che non ci vadano e basta. In ogni caso le istituzioni devono riconquistare la fiducia dei cittadini. Se la Provincia ha dei problemi a farlo possiamo occuparcene noi, basta che ci ceda, magari delegandocele, alcune prerogative. In ogni caso questioni di questa portata devono necessariamente passare dalla giunta e non essere affidate semplicemente ai tecnici: la politica in questi casi deve recuperare il suo ruolo».
C’è poi la questione del porto, con il ministro Matteoli che vuole assolutamente tre nomi prima di scegliere il presidente dell’Autorità portuale, e ha detto che non accetta imposizioni su Piccini.
«Non volere Piccini può essere normale da parte di Matteoli, ma questo è un suo giudizio. Dal punto di vista formale, invece Piccini ha dalla sua il fatto di essere già stato giudicato idoneo dalle commissioni di Camera e Senato: per non vederlo inserito nella terna il ministro dovrebbe dare delle motivazioni normative che invece non può indicare. Questa è una questione istituzionale e non politica, anche se per esempio il capogruppo dell’opposizione in consiglio comunale ha affermato il contrario, sbagliando di grosso. Se dagli Enti locali arrivano tre nomi che Matteoli non gradisce, l’unica cosa che può fare è commissariare l’Autorità portuale, prendendosene però la responsabilita. Come è avvenuto nell’ocasione precedente quando il ministro Lunardì insediò Lenzi come commissario. Matteoli può criticare Piccini, se lo ritiene può dire che non ha fatto abbstanza per innovare il porto, ma certo non può dire che non lo vuole perché è comunista».
Ma voi non avete ancora indicato il terzo nome, oltre a Piccini e Nardi.
«Ci siamo invece riuniti e abbiamo un’indicazione su una persona dabbene che completerà la terna, ma è chiaro che il nostro primo candidato è Piccini».
Senta, c’è anche il congresso del Pd che è alle porte. Lei da che parte sta?
«Da quella di chi vuole rafforzare il radicamento del partito. A livello nazionale, il mio rapporto con Walter Veltroni non è un mistero: è stato a lungo un punto di riferimento per me e posso dire che ogni tanto ci sentiamo ancora. Poi ho votato per Bersani: è una scelta su cui hanno influito molto i valori della mia storia politica».
Ma a livello locale è soddisfatta di come sia finita la vicenda? Non è dispiaciuto del fatto che Marida Bolognesi si sia ritirata dalla corsa alla segreteria cittadina?
«Lei viene da esperienze politiche non in linea con quelle che erano le tendenze dominanti in città, negli anni della sua gioventù. E mi è sembrato di percepire che molti abbiano rispolverato le armi di quell’epoca, di quando lei era critica verso di loro. Credo che questa diversità lei l’abbia pagata».
La porterà in giunta?
«A questo punto no. Gliel’ho chiesto, lei mi ha spiegato i percorsi che intendeva seguire, nel rapporto con il partito».
E questo feeling con Lamberti continua?
«Guardate, il fatto che si siano stemperate tensioni personali mi fa piacere, non lo nascondo. Non si può non capire che Gianfranco Lamberti col centrodestra non c’entra: ve lo immaginate uno con la sua storia a braccetto col Pdl, a Livorno poi? Io credo che voglia ritagliarsi uno spazio suo, autonomo. Penso che punti non a entrare nel Partito democratico, ma ad avere un ruolo suo con spazi di manovra autonomi, e in questo non ci trovo niente di male. Sia chiaro: è un processo suo, non gli ho promesso niente io né mi ha chiesto niente lui. Ci tengo a sottolinearlo, perché l’onorabilità delle persone è una cosa seria».
Non è detto che nella prossima primavera non ci siano le elezioni politiche anticipate. E secondo molte lei sarà candidato. Lei cosa dice?
«Io sono perché venga stabilito un criterio molto semplice, da parte del mio partito. E cioè che tutti i sindaci in scadenza non immediata, ma nel 2013 o 2014, siano mantenuti dentro il loro ruolo. Altrimenti si apre una situazione ingovernabile».
Punto e basta? Senza se e senza ma?
«Certo, se poi cominciasse una corsa irrefrenabile ad alcuni ruoli, servirebbe un criterio altrettanto chiaro per scegliere, per selezionare le candidature possibili».
Ma come può il Pd rinunciare a candidare i suoi sindaci, che sono gli esponenti più vicini ai cittadini?
«Capisco che possano esservi anche esigenze di questo tipo. Ma provo a essere più chiaro con un esempio concreto che ci tocca da vicino: entro la fine dell’anno discuteremo il documento per affidare l’incarico per la revisione degli strumenti urbanistici. È da presumere che su questo si scatenerà una battaglia politica vera in città. E davanti a una situazione come questa, è ipotizzabile che il sindaco saluti e se ne vada lasciando portare avanti le sue scelte a qualcun altro? Francamente, non riesco a immaginare uno scenario del genere».
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