Il Tirreno

Livorno

Io, musicista per "colpa" di un film

M. Antonietta Schiavina
<b>BENVENUTI.</b> Alla tromba (sopra) e al piano (destra) In basso: un primo piano e l&#146;interno della Goldonetta
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BENVENUTI. Alla tromba (sopra) e al piano (destra) In basso: un primo piano e l’interno della Goldonetta

«Livorno era una culla della cultura, ora è autodistruttiva e senza memoria»

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 LIVORNO. Il padre Nino, tipografo - uno dei fondatori della Benvenuti & Cavaciocchi, nota tipografia livornese - era primo tenore della Corale cittadina e lo portava sempre con sé a teatro. Anche la mamma, casalinga, amava la musica, così il piccolo Nedo iniziò fin da piccolo ad appassionarsi a quel mondo, che volle fare suo dopo aver ascoltato in un film Henry James suonare la tromba, decidendo di "appropriarsi" di quello strumento non certo facile per un bambino, ma molto affascinante.  Musicista, compositore, studioso di Mascagni, autore di molte colonne sonore per il cinema e anche di opere, il maestro Nedo Benvenuti - un livornese di scoglio che non ha mai voluto stare lontano dal suo mare se non per pochi giorni, rinunciando per questo anche a prendere qualche treno importante - domani sera, alle ore 21, sarà sul palcoscenico della Goldonetta, per presentare al pubblico della sua città, l'opera "Nell'antica terra di Palestina", un immaginario viaggio a ritroso nel tempo, per ricreare il clima di un'epoca divorata da grandi scontri, ma anche da forti passioni, che il compositore presenta in anteprima assoluta a Livorno.  Un tema antico ma ancora molto attuale, scritto da Benvenuti senza intendimenti politici, ma solo per "fermare" con l'aiuto della musica un'imperdibile testimonianza storica.  Una storia di conflitti, quella musicata da lei, presentata in una città come Livorno, che non è mai stata testimone di grandi intolleranze.  «Una città, oggi purtroppo così diversa, che ha sempre accolto qualsiasi persona perseguitata, creando un miscuglio di razze e culture che ne hanno fatto per tanti anni un luogo unico».  Da dove lei non si è mai voluto allontanare.  «L'ho fatto solo brevemente: viaggi di lavoro e di turismo, da cui tornavo ogni volta con grande piacere».  Livorno è stata la città dei suoi primi passi, ma anche quella che le ha insegnato ad amare la musica.  «Grazie a una famiglia che in questo senso mi ha fornito le basi. In casa mia la musica è sempre stata al centro degli interessi: mio padre cantava nel coro e mio zio Dilvo Ciabattini era clarinettista».  Come mai ha scelto di suonare la tromba?  «Colpa, o merito, di un film in cui recitavano Kirk Douglas, Lauren Bacall e Doris Day. Si intitolava "Chimere" e raccontava la vita di un jazzista, con la musica suonata alla tromba da Harry James. Ne rimasi letteralmente colpito. Così chiesi ai miei di mandarmi a lezione di quello strumento».  E loro?  «Mi accontentarono, anche se con non pochi sacrifici».  Dalla tromba è passato alla composizione. Come mai?  «Mi ci ero già dedicato seguendo i consigli di un professore che vedeva in me un certo talento. Poi, con il tempo la composizione ha preso il sopravvento sul resto».  E la tromba?  «Suonare mi piaceva moltissimo, avevo anche organizzato un complesso di musica leggera con cui facevo parecchie serate nei locali della Toscana. Ma poi arrivarono i tempi difficili e per continuare la carriera avrei dovuto allontanarmi da Livorno, girare il mondo, lasciare la famiglia. Così scelsi la via più pratica: non me ne sono mai pentito».  Torniamo all'opera "Nell'antica terra di Palestina" che ascolteremo domani sera sul palcoscenico della Goldonetta. Da dove è nata l'idea?  «Al traguardo della pensione mi sono divertito a scrivere qualcosa che avevo in mente da tempo. Un'opera pensata proprio per il pubblico della mia città. Tanto che pur avendo - attraverso mia figlia Claudia, che è pianista, e mio genero, che è un famoso baritono (Lucio Gallo, ndr) - la possibilità di presentarla a Torino dove loro vivono e sono molto ben introdotti, ho detto "no". E grazie alla disponibilità del presidente della Fondazione Goldoni, Marco Bertini, che mi ha messo a disposizione la Goldonetta, sono riuscito a realizzare come volevo e dove volevo il mio progetto».  La Goldonetta però è un teatro un po' piccolo per uno spettacolo che a giudicare dalla sceneggiatura sembrerebbe molto vasto.  «E' vero, ma ho studiato tutto nei minimi particolari. Non è stata un'impresa facile, in quel teatro non era mai stato fatto uno spettacolo con tanti protagonisti, ma sono riuscito, grazie anche all'aiuto di tutti i collaboratori, a trovare le soluzioni più adatte: occuperemo tre quarti di palcoscenico e il corpo di ballo (dieci ballerine) dovranno ballare fra il palco e la platea, con un sistema alternativo di cubi, pensato proprio per recuperare spazio».  I protagonisti dell'opera sono tutti livornesi?  «Qualcuno viene da fuori, ma la maggior parte è gente di qui».  Quanto tempo è durata la preparazione del progetto?  «La partenza è stata a fine settembre, anche se la Corale ha incominciato le prove molto prima, ma io ho iniziato a scrivere testo e musica quattro anni fa, terminando completamente l'anno scorso».  Ha avuto molte difficoltà nel realizzare il tutto?  «Moltissime. Coordinare musicisti, ballerini, cantanti, lavorando con poche risorse, è un bell'impegno. Ma oggi, alla vigilia del debutto, sono soddisfatto del risultato e aspetto ansioso il giudizio del pubblico».  Lei oltre a essere un bravo compositore è anche un conoscitore di Pietro Mascagni, tanto che su di lui ha scritto un libro.  «Purtroppo Mascagni è un compositore misconosciuto, sottovalutato dalla sua città, anche se la Fondazione Goldoni sta facendo tutto il possibile per mantenere la sua memoria. Livorno, infatti, avrebbe potuto, proprio attraverso uno dei suoi grandi artisti, diventare la città dei festival, come hanno fatto Pesaro con Rossini e Lucca con Puccini».  Secondo lei perché questo non si è realizzato?  «Perché la nostra è una città senza memoria e i livornesi sono autodistruttivi. Fra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento il nostro territorio aveva un'estrema importanza artistica e culturale. C'era un fermento incredibile, nel campo della pittura, della poesia, della musica. La politica purtroppo ha sciupato tutto, non riuscendo o non volendo valorizzare ciò che di grande la nostra storia aveva scritto».  Ma la colpa non può essere sempre e solo della politica.  «Infatti non lo è. E' anche il pubblico che si è imbarbarito. Prima la gente faceva la fila per sentire le opere o per andare a teatro. Adesso sta davanti alla tv e della cultura gliene importa sempre meno. Livorno poi è una città che si è lasciata sfuggire troppe occasioni».  Quali?  «Abbiamo una posizione geografica stupenda, con dei dintorni meravigliosi. Ma ci siamo fatti battere da Pisa, che grazie a una popolazione molto più razionale, sa mettere a frutto ciò che possiede, contrariamente ai livornesi, che hanno mandato via le industrie perché c'era il porto e adesso raccolgono le briciole di quello che è rimasto».  

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di Redazione web