Gioco
Il monsignore-architetto: militarizzare non serve, linclusione sociale comincia dallurbanistica
Il vescovo: il Prg sia multietnico
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Il vescovo Simone Giusti Sabato la festa dei popoli riporta la pace in piazza Venti Settembre
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LIVORNO. «Non si può pensare di risolvere i problemi di convivenza solo a colpi di militarizzazione: possibile che si sogni un poliziotto ad ogni angolo e poi ci si lamenti il vigile la multa la fa proprio a noi? Serve invece un volto della città che nell'urbanistica sia accogliente e inclusivo: il nuovo Prg sarà una grande sfida anche sotto quest'aspetto». Il vescovo-architetto Simone Giusti parte da qui per presentare la festa di sabato in piazza Venti Settembre. Si chiama "La tenda dei popoli": è un incontro - fra cibi, musica, costumi e allegria - per ricucire lo strappo lì dove nelle scorse settimane livornesi e immigrati si sono guardati molto in cagnesco. Al tavolo con lui ci sono i responsabili diocesani Mauro Giolli (Centro missionario) e Enrico Sassano (Pastorale della carità), don Jean Michael Moukouba Bamana (Migrantes), insieme ai vertici del Coordinamento stranieri (Diop Mbaye, Cristina Molnar e Cheikh Ndiaye). Ma fra gli organizzatori figura anche Centro mondialità con l'appoggio dell'Arci e l'adesione di Parrocchia di San Benedetto, Parrocchia studentesca, Sae, Comunità battista e Comunità di Sant'Egidio. Giusti mira alto: «Immaginiamo tutti un nuovo Rinascimento per la nostra Livorno: nella storia della città la compresenza di varie comunità straniere era fissata costituzionalmente, ciascuna con propri altari e propri cimiteri. Bisogna andare al di là anche della città multi-qualcosa come se bastasse mettere insieme tanti pezzettini: occorre che si parlino, si integrino. Chi perde la capacità di sognare è morto e non se n'è accorto...». «E' importante creare occasioni di festa - afferma Sassano - perché una il senso di comunità si costruisce nello stare insieme più che nei dibattiti». E don Moukouba aggiunge: «Per i migranti la "tenda" è il luogo dove si discute, sulla conoscenza reciproca si crea la cultura dell'amore». Molnar rincara: «Vogliamo mostrare che stare insieme si può: basta vincere la paura del diverso». «Facciamo la festa ma poi - avverte Diop - bisogna superarla per arrivare all'interazione reale e ai diritti concreti, compresi quelli politici. Per dirne una: noi immigrati avremo la possibilità di votare al referendum sull'ospedale ma pochissimi sanno di cosa si tratta, è indispensabile costruire la partecipazione per una democrazia che includa tutti responsabilmente». «Guai se continuiamo a intendere la globalizzazione a senso unico», dice Giolli: «Talvolta costerà fatica e sofferenza ma l'integrazione è non solo possibile ma ineludibile: abitiamo un mondo in cui siamo nomadi, magari virtuali, anche se stiamo in casa nostra».
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