Italia
MAGENTA
Il valzer delle saracinesche no-logo
Mauro Zucchelli
Alt ai grandi marchi, il piccolo commercio familiare s’arrangia a sopravvivere
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LIVORNO. «Priva di parcheggi, vuota di pedoni. Vogliono far diventare via Grande come via Magenta: farla morire». Maria Teresa Talarico, commerciante da una vita con negozio sotto i portici fra l’ex Standa e i Quattro Mori, non l’ha mandato a dire quel pensa: la pedonalizzazione modello via Magenta è un harakiri senza se e senza ma. Anzi, un omicidio economico se lo fa il Comune.
I commercianti di via Magenta non sono stati zitti: l’hanno ripetuto dieci, cento, mille volte da quel lunedì di inizio anno scolastico nel settembre di dieci anni fa. Ma - nel quadrilatero triangolo fra la chiesona del Soccorso e il Goldoni, fra corso Amedeo e il liceo classico (che sembrerebbe ancora quello del prof. Giovanni Pascoli, non fosse per gli estathè e gli Scarabeo in cortile) - stavolta non abbiamo squadernato il taccuino per ascoltare l’ennesimo mugugno.
«C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole / anzi d’antico»: ma non c’entrano né le viole né il convento dei cappuccini. Il vento forse sì, perché un libeccino birbante scarruffa le tende dei negozi e, potesse, scompiglierebbe perfino le lettere delle insegne.
Difficile farci caso, ma il punto è proprio lì: le tende, le insegne, i marchi. Sarebbe sciocco immaginarsi una zona franca “no logo”, adesso che le griffe spuntano anche sul citrato o sul sale da cucina. Eppure è un po’ così: questa è una strada commerciale, con i negozi che si susseguono l’uno via l’altro. Ma raccontano un modo di intendere il commercio che non è più quello che siamo abituati a vedere: non in via Montenapoleone a Milano o in Oxford Street a Londra, ma qui e ora, in mezzo a noi.
I marchi ci sono, non facciamoci illusioni. Ma le saracinesche di catene nazionali o attività in franchising si contano sulle dita di una mano: colpa del fatto che le grandi firme internazionali preferiscono sbarcare nel centro consacrato? colpa dell’idea di farci passare solo i bus che ha diminuito l’appetibilità commerciale?
Sta di fatto che, a parte La Murrina (vetro di Murano), Vodafone (telefonia), Mondadori (libri) e pochissimi altri marchi di rango nazionale, qui la rete dei negozi è in mano ancora a quel piccolo grande commercio familiare che fa una bella fetta della tradizione imprenditoriale (e, di riflesso, della colonna vertebrale) di un territorio.
Come i Gufoni che, al numero 14, hanno messo gli occhiali a un esercito di livornesi. Come i Cantini che, al civico 75, hanno fatto lo stesso con le scarpe. Come Antonio Gafforio che, nella bottega all’11 mette in vetrina uno zibaldone di quei filati che sono poi il nome del negozio: la prima sorpresa è scoprire che al bancone, dietro i tricot, c’è un uomo; la seconda è immaginare lui, livornese, «in mezzo alle zie che avevano una filatura lassù al Nord»; la terza è ascoltarlo mentre giura che «fra le ragazze di casa nostra cresce l’esercito di quelle che sferruzzano con passione». Fermiamoci qui ma l’elenco potrebbe mettere in fila tanti altri esempi. Per dirne uno: il “distretto degli orefici” che qui concentra, fra gli altri, ancne le botteghe di Orlandi, Carlesi, Risaliti e Leonardi.
Qualcosa del genere vale anche per corso Amedeo. Con una variante sul tema. Nella zona più vicina all’Attias trionfa il cibo pronto uso: il pret-à-manger è una galassia di gelaterie e pizzerie, take away latino-americani e kebab che promette cuccagne mediorientali kosher, bar sfiziosi e perfino un negozio automatico senza commesse ma con tante macchinette che sfornano panini, snack e addirittura cibi caldi. Si contendono ogni giorno il portafoglio di ragazzi e ragazze in libera uscita. Sull’angolo fra l’una e l’altra strada, intanto, è sbarcata una enoteca con uso di cucina che, al contrario, insieme a cioccolato e distillati non fa mistero di puntare su proposte culinarie chic: manco a dirlo, si chiama “L’Angolino” e quell’“ino” sta lì a dire che i tavoli sono pochini. Quanto basta però per far conquistare ad Alfredo Sibaldi Bevilotti - livornese classe 1961, ex Cotton poi emigrato a costruirsi una fortuna fra fornelli, vini e menu - la citazione nella top ten labronica di quella bibbia del gourmet che è la Guida dell’Espresso, avendo sul petto anche le “medaglie” di Gambero Rosso, Veronelli e Michelin.
Non è così invece appena più in là: via Ricasoli è il regno dei marchi superstar. Come via Grande, forse ancora più di via Grande: diventata, dopo lo sbarco di Stradivarius, una riserva di caccia dell’iper-gruppo spagnolo Inditex, qui con la capogruppo Zara ma anche con il logo di Bershka e di Oysho.
Beninteso, la tendenza non riguarda solo la nostra città, solo che qui sta trasformandosi in uno schiacciasassi in virtù dei grandi numeri di bilancio, punti vendita e fatturato.
I commercianti di via Magenta non sono stati zitti: l’hanno ripetuto dieci, cento, mille volte da quel lunedì di inizio anno scolastico nel settembre di dieci anni fa. Ma - nel quadrilatero triangolo fra la chiesona del Soccorso e il Goldoni, fra corso Amedeo e il liceo classico (che sembrerebbe ancora quello del prof. Giovanni Pascoli, non fosse per gli estathè e gli Scarabeo in cortile) - stavolta non abbiamo squadernato il taccuino per ascoltare l’ennesimo mugugno.
«C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole / anzi d’antico»: ma non c’entrano né le viole né il convento dei cappuccini. Il vento forse sì, perché un libeccino birbante scarruffa le tende dei negozi e, potesse, scompiglierebbe perfino le lettere delle insegne.
Difficile farci caso, ma il punto è proprio lì: le tende, le insegne, i marchi. Sarebbe sciocco immaginarsi una zona franca “no logo”, adesso che le griffe spuntano anche sul citrato o sul sale da cucina. Eppure è un po’ così: questa è una strada commerciale, con i negozi che si susseguono l’uno via l’altro. Ma raccontano un modo di intendere il commercio che non è più quello che siamo abituati a vedere: non in via Montenapoleone a Milano o in Oxford Street a Londra, ma qui e ora, in mezzo a noi.
I marchi ci sono, non facciamoci illusioni. Ma le saracinesche di catene nazionali o attività in franchising si contano sulle dita di una mano: colpa del fatto che le grandi firme internazionali preferiscono sbarcare nel centro consacrato? colpa dell’idea di farci passare solo i bus che ha diminuito l’appetibilità commerciale?
Sta di fatto che, a parte La Murrina (vetro di Murano), Vodafone (telefonia), Mondadori (libri) e pochissimi altri marchi di rango nazionale, qui la rete dei negozi è in mano ancora a quel piccolo grande commercio familiare che fa una bella fetta della tradizione imprenditoriale (e, di riflesso, della colonna vertebrale) di un territorio.
Come i Gufoni che, al numero 14, hanno messo gli occhiali a un esercito di livornesi. Come i Cantini che, al civico 75, hanno fatto lo stesso con le scarpe. Come Antonio Gafforio che, nella bottega all’11 mette in vetrina uno zibaldone di quei filati che sono poi il nome del negozio: la prima sorpresa è scoprire che al bancone, dietro i tricot, c’è un uomo; la seconda è immaginare lui, livornese, «in mezzo alle zie che avevano una filatura lassù al Nord»; la terza è ascoltarlo mentre giura che «fra le ragazze di casa nostra cresce l’esercito di quelle che sferruzzano con passione». Fermiamoci qui ma l’elenco potrebbe mettere in fila tanti altri esempi. Per dirne uno: il “distretto degli orefici” che qui concentra, fra gli altri, ancne le botteghe di Orlandi, Carlesi, Risaliti e Leonardi.
Qualcosa del genere vale anche per corso Amedeo. Con una variante sul tema. Nella zona più vicina all’Attias trionfa il cibo pronto uso: il pret-à-manger è una galassia di gelaterie e pizzerie, take away latino-americani e kebab che promette cuccagne mediorientali kosher, bar sfiziosi e perfino un negozio automatico senza commesse ma con tante macchinette che sfornano panini, snack e addirittura cibi caldi. Si contendono ogni giorno il portafoglio di ragazzi e ragazze in libera uscita. Sull’angolo fra l’una e l’altra strada, intanto, è sbarcata una enoteca con uso di cucina che, al contrario, insieme a cioccolato e distillati non fa mistero di puntare su proposte culinarie chic: manco a dirlo, si chiama “L’Angolino” e quell’“ino” sta lì a dire che i tavoli sono pochini. Quanto basta però per far conquistare ad Alfredo Sibaldi Bevilotti - livornese classe 1961, ex Cotton poi emigrato a costruirsi una fortuna fra fornelli, vini e menu - la citazione nella top ten labronica di quella bibbia del gourmet che è la Guida dell’Espresso, avendo sul petto anche le “medaglie” di Gambero Rosso, Veronelli e Michelin.
Non è così invece appena più in là: via Ricasoli è il regno dei marchi superstar. Come via Grande, forse ancora più di via Grande: diventata, dopo lo sbarco di Stradivarius, una riserva di caccia dell’iper-gruppo spagnolo Inditex, qui con la capogruppo Zara ma anche con il logo di Bershka e di Oysho.
Beninteso, la tendenza non riguarda solo la nostra città, solo che qui sta trasformandosi in uno schiacciasassi in virtù dei grandi numeri di bilancio, punti vendita e fatturato.
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