Il Tirreno

Livorno

Il simbolo del "faccio quello che mi pare"

Le riflessioni di Emanuele Rossi, Lamberto Giannini e Paola Pasqui

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 LIVORNO. Segni di sporcizia e disordine, spunti per il cabaret e simboli che incutono tristezza. Queste le loro impressioni a pelle sulle scritte a maternità. Emanuele Rossi, costituzionalista e preside della classe accademica di scienze superiori al Sant'Anna di Pisa, Paola Pasqui, attrice comica, e Lamberto Giannini, regista e psicopedagogista: tre personaggi molto noti in città riflettono sul fenomeno. E provano a spiegralo.  Emanuele Rossi. «Possono sembrare manifestazioni simpatiche - dice - ma danno solo l'impressione di poco ordine e scarsa pulizia. Certo il progetto di ripulire il reparto non deve essere solo una patina da passare sopra a una struttura vecchia e con problemi, ma rientrare in un progetto complessivo di miglioramento di servizi ed edifici».  Paola Pasqui. Quelle scritte le ha «sempre trovate pacchiane, anche per il tenore pesante di alcune di esse». Certo le sono servite nel suo lavoro, per far ridere la gente. «Alcuni nomi - spiega - li ho usati come spunto nel mio cabaret. Sono una manifestazione assurda, e la gente continua a scrivere perché a Livorno c'è l'idea del " faccio quello che mi pare". Figuriamoci per la nascita di un figlio».  Lamberto Giannini. «So che quando nasce un figlio - spiega - è difficile razionalizzare, ma quelle scritte mi hanno sempre dato un impatto emotivo degradante. E io sono tollerante verso chi va a fare i murales sui muri brutti, anche nella nostra città. Ma in maternità sono un fenomeno che mi disturba, anche perché è come bollare il neonato con quella scritta per tutta la vita, non è bello». A.C

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di Redazione web