Il Tirreno

Livorno

La Magi si rivolge alle famiglie degli operai morti

«Amianto? C'è troppa paura ma come giudice farò di più»

Francesco Albonetti

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 LIVORNO. «Sono stata travolta dall'amianto e mi sono resa conto che come giudice del lavoro posso fare molto di più rispetto alle procure. Senza celebrare processi penali, mi sono occupata di malati di mesotelioma alla Lucchini ma anche di 37 casi al porto di Livorno».  Combattiva e diretta: così la giudice del lavoro del Tribunale di Livorno, Jacqueline Magi, già pm di assalto al processo per le morti da amianto alla Breda, è intervenuta a Pistoia in un convegno in Sala maggiore dell'Ugl Metalmeccanici.  Come ha ricordato lei stessa, era dal 6 marzo del 2006 che non si faceva viva a Pistoia, città pilota delle grandi battaglie sull'esposizione. Per la Magi sono finite le requisitorie, ma non le battaglie.  L'ex pm dai capelli rossi continua a combatterle in veste di giudice del lavoro al tribunale cittadino, con la stessa durezza e caparbietà: «Mi hanno mandato via da Pistoia per non fare danni, ma a Livorno ne faccio molti di più. Ora le sentenze me le scrivo, non chiedo ai giudici di condannare, sono io che condanno».  Jacqueline Magi, all'occorrenza, si trasforma in scrittrice. Ed è proprio in questa veste che l'ex pm tira una stoccatina ai pistoiesi: «Ho scritto sulla Lucchini di Piombino, su Rosignano e sul porto di Livorno. Adesso mi occuperò anche dei minatori dell'isola d'Elba. Ma non sono mai riuscita a scrivere un libro sul caso Breda di Pistoia. C'è ancora troppa paura. Ho chiesto ai familiari degli operai morti d'amianto di buttare giù due righe per raccontare i loro casi, non ne hanno voluto sapere anche se i loro congiunti sono morti quattordici anni fa. Perché è così difficile? Perché a Pistoia si ha paura di parlare della Breda?».  La battaglia contro l'utilizzo di amianto nelle lavorazioni è diventata una ragione di vita. E con l'esperienza si è fatta idee precise. «Fincantieri due anni fa è stata condannata a risarcire oltre 1 milione di euro - dice la Magi - la strada da seguire è quella del diritto del lavoro e del risarcimento. Il tutto l'ho ottenuto avvalendomi degli stessi consulenti di Pistoia: prima erano di parte, adesso d'ufficio. Consulenti bravi, tanto che li utilizza la stessa Corte d'appello».  La difficoltà di indagare sulle morti di amianto e, più in genere, sulle malattie professionali, secondo il giudice livornese dipende anche da un fatto culturale e dall'università: «In Italia siamo molto indietro in questo campo. All'università la medicina del lavoro è una branca della medicina legale, io stessa ho dovuto imparare facendomi le ossa sul campo, andando a visitare più volte le aziende e studiando a fondo caso per caso. In pochi sanno fare le perizie».  Jaqueline Magi al convegno ha ricevuto una targa come "Amico del lavoro".

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di Redazione web