Lutto
Precario e licenziato a 48 anni. «Mi sento un operaio usa e getta»
Cristiano Meoni
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Riccardo Angiolini, operaio alle prese con la crisi 4 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. «Sì, mi sento un operaio usa e getta». Se Riccardo Angiolini volesse, questo sarebbe il momento per accendere la sigaretta e aspirare profondamente e riandare con la memoria alla fabbrica - la Mtm di Guasticce - ai colleghi (pochi purtroppo) che ha lasciato alle linee di produzione, ai 1250 euro mensili di stipendio che lo rendevano tranquillo: a tutto ciò che è stato prima del 31 luglio, il giorno in cui - dopo due anni di precariato - è stato licenziato. Licenziato a 48 anni, senza uno straccio di paracadute se non otto miseri mesi di indennità di disoccupazione, e costretto a reinventarsi quando ci si vorrebbe rilassare. MEDIOEVO MODERNO La Leccia, quinto piano di un palazzone. Tre vani e nel salotto, al tavolo, siede lui: l'operaio che si sente vittima - più dell'azienda che lo ha liquidato - «delle scelte del governo e della legge Biagi, che ha consentito casi come il mio». Un caso limite e per questo denuncia di una condizione inaccettabile, «da Medioevo moderno». Eccolo, il Medioevo che ritorna, sotto forma di contratti capestro, paure, spettri, ricatti più o meno espliciti. «Sono stato assunto dalla Mtm nell'agosto del 2008 con un contratto di sei mesi che mi è stato prorogato di altri sei alla scadenza - racconta - Poi, siccome non si potevano fare altre proroghe e l'azienda aveva bisogno che lavorassi, sono stato assunto da un'agenzia interinale, la Kelly Service, per due mesi, pur continuando a fare lo stesso lavoro». Detto e fatto. «Scaduto il contratto interinale - riprende - sono stato nuovamente assunto dalla Mtm, per sei mesi più altri cinque di proroga. Speravo di essere assunto definitivamente. Invece, dopo due anni in fabbrica, a luglio sono stato licenziato. Non è Medioevo questo?» IO CI SPERAVO Riccardo Angiolini è sposato, ma separato, la figlia vive con la moglie e dunque riesce a barcamenarsi con l'assegno dell'Inps. Vita da "single", tra l'appartamento popolare alla Leccia e qualche lavoretto per arrotondare «perchè altrimenti come si fa?». Spera di rientrare a lavorare alla Mtm «quando tornerà il lavoro» ed è evidente - dice - «che bisogna mettersi a un tavolo con il sindacato per evitare spiacevoli vertenze. Noi operai abbiamo consentito che quest'azienda, arrivata dal nulla a Livorno nel 2008, si sviluppasse. Io ci speravo. Avendo all'epoca 46 anni ed essendo operaio specializzato, quando sono entrato pensavo che questa fosse la mia prospettiva, il mio destino. L'azienda me lo ha fatto credere, promuovendomi dal secondo a terzo livello e dandomi fiducia. Poi, un giorno, è cambiato tutto». IL VENTO GIRA Un giorno ha cominciato a soffiare, forte, il vento della crisi, e la banderuola che indicava l'orizzonte, la terra promessa, insomma un contratto a tempo indeterminato, ha cambiato direzione. «E' stato il giorno in cui ci è stato annunciato ufficialmente che il governo aveva tolto gli incentivi per l'acquisto delle auto ecologiche. E la Mtm si era sviluppata proprio per quegli incentivi. E' come se ci avessero tolto l'ossigeno. Eravamo quasi tutti assunti con contratti a termine. E così, via via che scadeva, la gente è stata mandata a casa. Con criteri che mi permetto di definire molto, ma molto arbitrari. Sono stati mandati via i lavoratori più anziani, come me, ho visto padri di famiglia in lacrime, gente con il mutuo da pagare. Gente che ci credeva». MALEDETTA LEGGE Tradito, ecco, l'operaio si sente tradito: «Ma la colpa non è tanto della Mtm. La nostra maledizione è stata il ministro Scajola, che ha tolto gli incentivi pensando che l'industria dell'auto ce la potesse fare da sè, e poi si è dimesso. Un capolavoro!». Certo, se a 48 anni e dopo 2 anni di fabbrica Angiolini non ha ancora un «posto» da difendere, non è colpa solo del governo, «ma anche della legge Biagi, questo mostro giuridico che consente situazioni come la mia. Oggi nel 2010 ci sono persone mature, con famiglia e figli, serie, dignitose, costrette a vivere alla giornata». Lui - il ricatto sfuggente, subdolo - lo ha vissuto sulla propria pelle. «Certo che mi preoccupavo quando il contratto stava per scadere. Ma io mi consideravo più sicuro di altri, essendo uno specializzato, promosso dalla linea al collaudo. Però ho visto i ragazzi con il terrore negli occhi, giuro. Ma se mi chiedi se in quella fabbrica ci tornerei, ti dico sì, senza neppure pensarci».
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