Il Tirreno

Livorno

Livorno chiude un pezzo alla volta

Cristiano Meoni
Comizio davanti alla raffineria Eni
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Comizio davanti alla raffineria Eni

Persi mille posti ma c'è chi dice: il peggio ha ancora da venire

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 LIVORNO. La Mtm è arrivata a impiegare 700 operai, adesso ne sono rimasti 200. Alla Trw erano 750, adesso sono 550 e fra poco scenderanno a 450. Alla Magna erano 800, ne sono rimasti 600 ma 180 operai sono tecnicamente "esuberi". Sommando le aziende minori, ecco che sono stati bruciati mille posti. I capannoni si sono svuotati, metafora di quello che sta diventando la città: un deserto industriale. E chi guarda più in là del proprio naso, reagisce sgomento: cosa lasceremo ai nostri figli? Pensioni, parà, qualche maxi concorso pubblico. E poi?  E si potrebbe continuare, snocciolando il rosario delle aziende pericolanti. Un rap di nomi, sigle, storie: Sacci, Ltm, Trenitalia Cargo, Inalfa, Giolfo, Smi, Trelleborg. Livorno smotta e scivola verso il baratro.  Esagerato? Sentite Enrico Pedini, responsabile Fiom Cgil: «Ho assistito a tutte le crisi, dal 1979 in poi, e una così non l'avevo mai vista». E Livorno rischia più di altri perchè il suo futuro è quasi sempre in mano a multinazionali, spietate quando si tratta di far quadrare i conti.  Prendiamo l'Inalfa, produzione tettucci apribili. La proprietà olandese ha deciso di portare la produzione nel nuovo stabilimento in Slovacchia. Dove gli operai costano 400 euro al mese, sono rapidi e non scioperano.  C'è uno schema, ripetitivo quasi come un 4-4-2, che le aziende attuano ossessivamente. «Cercano di recuperare redditività e così ci mettono di fronte a un bivio: o accettate dei sacrifici oppure ce ne andiamo» spiega Maurizio Strazzullo, segretario provinciale Cgil.  Alla Trelleborg - produzione di guarnizioni - la minaccia è stata sventata: l'azienda resterà a Livorno, alla fine i 13 addetti del magazzino che è stato chiuso per risparmiare hanno accettato il trasferimento ad un'azienda esterna. Alla Magna i sacrifici sono stati accettati in cambio dell'impegno a non licenziare nessuno nei prossimi due anni. Alla Trw lo spettro aleggia ancora: per restare a Livorno la multinazionale americana ha posto tre condizioni, e per ora ne sono state centrate due.  «Finora le aziende hanno affrontato le difficoltà come se fossero congiunturali, adesso si sono rese conto che non agganceranno la ripresa prima di 5-6 anni. E allora tarano gli organici sui nuovi livelli» dice Pedini.  Una riprova? La cementeria Sacci è ferma da due mesi, la produzione (60mila tonnellate annue) è stata trasferita nello stabilimento fiorentino. Ma - pare - anche lì non va bene. Per l'11 ottobre il gruppo ha convocato i sindacati a Roma per importanti comunicazioni: annuncerà tagli e chiusure. Tutta l'edilizia soffre: «Rispetto all'anno scorso c'è stato un taglio di personale occupato, iscritto alla cassa edile, di quasi il 10% - dice Nicola Triolo, segretario degli edili Cgil - E su 2700 occupati ben 2100 sono stati interessati da ammortizzatori sociali, cassa integrazione o altro».  Solo una straordinaria miopia può impedire di vedere la luna, dietro il dito di dieci, cento vertenze: una prospettiva ravvicinata di deindustrializzazione. In questo quadro, è consolatorio sapere che almeno l'Eni per ora non chiuderà. «Alla raffineria abbiamo una prospettiva di almeno cinque anni, anche per l'indotto» spiega Strazzullo.  C'è chi è obbligato dal proprio ruolo ad essere fiducioso. «Corriamo tutti i rischi legati alla presenza di multinazionali sul nostro territorio, vero, ma non ci arrenderemo - spiega il presidente della Provincia Giorgio Kutufà - Io un futuro per Livorno lo vedo e si chiama economia del mare. Il mare, no, quello non lo possono portare in Slovacchia. Cantieristica, porti turistici, fasi industriali legate al porto, come l'assemblaggio».  E c'è chi invece si mostra più scettico: per l'industria dell'auto la campana è già suonata, ha scritto Massimo Paoli, economista. «La Fiat ha spostato il baricentro della produzione negli Stati Uniti e tutte le altre fasi dell'automotive saranno ri-localizzate». Ieri la Delphi, oggi l'Inalfa, domani chissà (e facciamo gli scongiuri).

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di Redazione web